Carico...

Tra Frankenstein, la ridefinizione del cinema action, e il romanzo di formazione, perché Terminator 2 è un capolavoro della cinematografia.

Il problema di ciò che è innovativo è che, per forza di cose, sbiadisce col tempo. Dopo un paio di decenni, nulla sembra più superato della moda più all’avanguardia, nulla sembra meno utile dell’ultimo gadget tecnologico, nulla sembra più datato dei videogiochi più avanzati; dopo un paio di decenni, qualsiasi film basato su effetti speciali innovativi strapperà tante risate quanti gridolini di sorpresa aveva suscitato all’epoca dell’uscita. È per questo che li chiamiamo “trend”: perché sono creati proprio per durare un arco di tempo limitato.

La moda è l’esempio migliore, dato che – per sua stessa natura – oltre l’apparenza ha poca o nessuna sostanza (se escludiamo i progressi in campo tessile e sartoriale) ed è realizzata appositamente per risultare antiquata: quando uno stile si impone diventa per forza di cose noioso e dev’essere sostituito da qualcosa di nuovo o dalla rielaborazione di qualcosa di vecchio. A un certo punto il neoprene nero dovrà pur passare di moda, no?

Con i media – compresi quelli narrativi e soprattutto quelli che sfruttano la narrazione visiva – il problema si complica. Fin dalla nascita del teatro, i media visivi hanno dovuto trovare un equilibrio tra la sostanza e lo spettacolo, tra prodesse aut delectare, i due compiti della poesia che Orazio vedeva come una dicotomia inconciliabile e conflittuale. Il concetto del duplice scopo dei media, vecchio di duemila anni, non è andato perduto nei secoli ed è anzi visibile ancora oggi. Si manifesta infatti con maggior decisione nell’ampio baratro che separa il regno dell’“indie” da quello del “mainstream”: volendo generalizzare, il primo si occupa dei problemi e della vita interiore dei personaggi, il secondo ha la funzione di intrattenere, principalmente attraverso lo spettacolo. Oggi più che mai sembra che i due ambiti siano destinati a non incontrarsi: il plauso della critica e gli encomi sono appannaggio esclusivo del primo (che tuttavia genera scarsi guadagni), mentre il secondo, che riscuote un successo economico, viene perlopiù liquidato dai connoisseurs (spesso grossolanamente elitari) come superficiale e privo di vero significato. Insomma: si può proporre della sostanza oppure intrattenere le masse. Purtroppo gli snob potrebbero non avere tutti i torti, dato che il più delle volte i blockbuster si rivelano semplici vetrine di vanto tecnologico in cui la narrazione, i personaggi e le ambientazioni non sono altro che un mezzo per sfoggiare gli ultimi sviluppi grafici e d’animazione, con l’aggiunta, magari, di un pizzico di sciovinismo nazionalista. Anche l’intrattenimento deriva unicamente dalla visione di qualcosa di mai visto prima, il che riduce l’intero fenomeno alla condizione di pura e semplice novità, più simile a un giro sulle montagne russe che a un medium narrativo. Gli insider del cinema hanno definito il fenomeno “Michael Bay”, per i critici videoludici si chiama “Call of Duty”.

La sostanza, dicevamo. È chiaro che i problemi sorgono quando gli aspetti narrativi esistono esclusivamente o in larga parte in funzione degli effetti speciali; nella situazione opposta, gli strumenti narrativi finiscono per consumare la narrazione stessa: immaginiamo un libro composto quasi solo da punti esclamativi. Sarebbe ridicolo ma, se pensiamo ai blockbuster di oggi, non del tutto assurdo. Esiste persino un’accurata espressione che li descrive: effects-driven blockbusters (“blockbuster guidati dagli effetti speciali”). Sono gli effetti a guidare la macchina filmica, mentre tutto il resto è relegato al sedile posteriore quando non addirittura al bagagliaio. Volete una dimostrazione? Benissimo, allora ditemi il nome del personaggio interpretato da Mark Wahlberg in Transformers 4 – L’era dell’estinzione o cosa voleva davvero il personaggio di Peter Weller in Into the Darkness – Star Trek. Ecco, appunto.

L’aspetto triste di tutto ciò è che, quando gli astri si allineano, quando le più avanzate tecnologie e tecniche disponibili vengono messe al servizio della narrazione, i risultati sono piuttosto speciali. Ed è per questo che, in occasione del suo venticinquesimo anniversario, voglio parlare del capolavoro di James Cameron: Terminator 2 – Il giorno del giudizio.

Un’orgia di superlativi
Cominciamo dai numeri. All’epoca della sua uscita (il 3 luglio 1991 negli Stati Uniti, il 6 dicembre dello stesso anno in Italia), Terminator 2 fu sostanzialmente un agglomerato di superlativi. Era di gran lunga il film più costoso mai girato: il budget da 94 milioni di dollari faceva impallidire l’ex detentore del record (58 minuti per morire – Die Harder, con i suoi miseri 62 milioni) e la cifra mostruosa della realizzazione venne sfruttata come punto chiave della campagna marketing. Gli effetti speciali della Lucasfilm’s Industrial Light & Magic costarono, da soli, circa 20 milioni di dollari, ovvero la cifra con cui a quei tempi si produceva un film “standard” (in realtà si potrebbe obiettare che il budget per gli effetti speciali è molto più elevato, dato che James Cameron, a quanto pare, realizzò un colosso hollywoodiano giusto per dimostrare gli effetti del morphing digitale dell’antagonista di T2, cioè il T1000). La star di T2, Arnold Schwarzenegger, ricevette l’inaudito compenso di 15 milioni di dollari, che trasformarono un culturista austriaco dall’accento inconfondibile nella star più pagata di Hollywood. L’investimento diede però i suoi frutti e il film incassò 520 milioni al botteghino, diventando così il secondo titolo più redditizio di sempre (almeno fino a quel momento), battuto solo da E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg. Un’impresa ancora più speciale se si considera che il film, a differenza del classico per bambini, fu etichettato come Restricted, ovvero vietato ai minori di diciassette anni non accompagnati dai genitori, in America, e vietato ai minori di quindici e sedici anni in quasi tutto il resto del mondo (fece eccezione l’Italia, dove il Ministero dei beni culturali stabilì che vedere gente con un occhio trafitto che muore in preda agli spasmi era uno spettacolo adatto a qualsiasi età).

carico il video...
Non sono del tutto convinto.

Fin qui, tutto bene. Viviamo in un’epoca in cui qualsiasi uscita importante, per quanto stroncata dalla critica, incassa quasi un miliardo di dollari, in cui gli effetti speciali che due anni prima ci avrebbero lasciati senza fiato sono ora considerati antiquati, in cui la realizzazione del “blockbuster” medio costa 180 milioni di dollari. Non sono le cifre, anche se allora erano ragguardevoli, a rendere speciale T2, e nemmeno le sei nomination all’Oscar (ne vinse quattro, tra cui quello per la migliore fotografia, un riconoscimento a quei tempi insolito per un film di “genere”). A renderlo speciale è la profondità della storia che racconta. Anzi, mi spingo a dire che, sotto questo aspetto, se la gioca con alcune delle migliori opere narrative nella storia del cinema. Non mi credete? Provo a convincervi.

Oltre Frankenstein
Non mi dilungherò troppo nei dettagli dell’illustre prequel di T2. Di base si tratta di uno slasher con una virata verso i viaggi nel tempo, ambientato in una fantasia alla Frankenstein e girato secondo la visione della fantascienza distopica di Harlan Ellison.

Che, per inciso, dovette intentare causa per comparire nei titoli di testa.

La premessa iniziale è vecchia quanto la fantascienza stessa: un uomo che, credendosi Dio, genera una vita che si rivolta contro il proprio creatore. È un tema che si ritrova nel racconto fatto da Ovidio del mito di Prometeo, nella sua interpretazione Sturm und Drang fornita da Goethe e, soprattutto, in quella che viene considerata la prima opera di fantascienza, il capolavoro che Mary Wollstonecraft Shelley, poco più che adolescente, diede alle stampe nel 1818: Frankenstein, o il moderno Prometeo. Nato in uno stato di “sogno febbrile”, proprio come il romanzo di Shelley, Terminator (al pari di Non ho bocca, e devo urlare di Ellison) è ambientato in un universo in cui un’intelligenza artificiale militare creata durante la Guerra fredda (Skynet) acquisisce consapevolezza di sé e decide di utilizzare un’altra creazione prometeica del genere umano (le armi nucleari) per eliminarlo. La minaccia dell’apocalisse (o, meglio, del “giorno del giudizio”) mostrata in sogni e flashback funziona sia come ambientazione sia come monito costante della posta in gioco. In questo universo il genere umano, sull’orlo della distruzione totale, si rialza grazie alla figura di un leader messianico e arriva a sconfiggere la propria creazione ribelle; all’ultimo momento, tuttavia, le macchine mandano indietro nel tempo un cyborg dall’aspetto umano per uccidere la madre del leader. La resistenza umana invia a sua volta un cyborg riprogrammato per proteggere la donna che, insieme al suo campione, ha la meglio sulla macchina mortale pressoché invincibile, dando però vita a un paradosso, poiché il guerriero del futuro diventa il padre di suo figlio.

Queste sono le premesse da cui Terminator 2 – Il giorno del giudizio prende le mosse.

carico il video...

Raccontare qualcosa di gigantesco come un conflitto globale comporta il rischio di scrivere una cronaca anziché una storia. È per questo che spesso gli scrittori, quando narrano vicende legate a grandi guerre, catastrofi o altri momenti epocali, scelgono di farlo da una prospettiva intima, in cui la storia di un ristretto gruppo di personaggi – a volte di uno solo – viene utilizzata per illustrare la visione d’insieme. Pensate ad alcuni racconti della guerra per antonomasia – Niente di nuovo sul fronte occidentale, Platoon, Glory – Uomini di gloria, Apocalypse Now, Salvate il soldato Ryan, Lettere da Iwo Jima – e vedrete che tutti sfruttano il destino di singoli individui per mostrare una prospettiva talmente vasta o spaventosa da non poter essere compresa nella sua totalità. Ed è qui che T2 dà il meglio: riduce il conflitto globale tra gli umani e la sua prole artificiale e assassina al racconto del legame più naturale e fondamentale del mondo, quello tra una madre e suo figlio. Il destino di tutta l’umanità si riflette nelle interazioni che ne compongono l’essenza più profonda.

Romanzo di formazione
La figura centrale della mitologia di Cameron è John Connor (Edward Furlong), il carismatico leader della resistenza umana che proviene dal futuro, l’uomo che salva dall’estinzione una razza decimata, schiavizzata e prossima al collasso. Come se le sue iniziali, J.C., non fossero un indizio sufficiente, dato che appartengono tanto al suo creatore, James Cameron, quanto al messia della Bibbia cristiana. Quando però lo incontriamo nel presente, ci appare come un ragazzino insopportabile, piagnucoloso e irrispettoso. Per non farsi mancare nulla, è anche un ladruncolo: insomma, il giovane John Connor sembra destinato a un radioso futuro in prigione. Scopriamo che fin da piccolo la madre l’ha addestrato affinché diventasse un soldato, ma che, dopo l’arresto e il ricovero in un ospedale psichiatrico di lei, i loro rapporti si sono incrinati e il mondo di John è andato in pezzi. L’introduzione del film ci ha già raccontato, in un voice-over, che lui si rivelerà la figura più importante della storia dell’umanità, ma quello che T2 mostra effettivamente è del tutto diverso. Lo spettatore, quindi, sa già qualcosa: che John Connor, per compiere il proprio destino, dovrà affrontare un cambiamento radicale. Proprio come il rapporto fondamentale al cuore della narrazione, la storia di John Connor è ancestrale, quella di un bambino che deve superare degli ostacoli per diventare finalmente un uomo.

Che faccia da schiaffi, però.

Nel frattempo, Cameron ha resettato il personaggio della madre, Sarah (Linda Hamilton). Nel primo film la cameriera remissiva e terrorizzata ha ceduto il passo a una coraggiosa combattente; qui, invece, la incontriamo come paziente di un ospedale psichiatrico. A livello fisico sta bene, ma ha subito abusi, è a pezzi, sconfitta, in preda ad allucinazioni e a sogni che ogni notte la tormentano con visioni del mondo che si consuma nell’olocausto termonucleare. Cassandra tragica, è l’unica persona ancora in vita a conoscere la catastrofe che sta per abbattersi sul genere umano; come capita alla sua antenata omerica, però, le profezie sul Giorno del giudizio restano inascoltate. Per Sarah Connor, Terminator 2 è un racconto di liberazione, caduta e redenzione.

Se giunti a questo punto avete l’impressione che io abbia parlato un po’ troppo di destino, profeti e religione, non vi preoccupate: come vedrete, non è una coincidenza. Il film si intitola Il giorno del giudizio per un motivo.

E poi ci sono i due guerrieri. Terminator (Arnold Schwarzenegger) è ovviamente un’icona culturale, l’unico personaggio della storia del cinema che è riuscito a entrare sia nella classifica dell’American Film Institute dei migliori cattivi sia in quella dei migliori eroi. Con uno specchietto per le allodole da antologia, Cameron ha trasformato lo spietato e inarrestabile robot assassino di Terminator – un personaggio a metà strada tra Alien di Ridley Scott e i classici protagonisti di slasher Michael Myers e Jason Vorhees – nell’eroe del sequel. Anzi, ha fatto di più: ha incentrato la narrazione di T2 sulla trasformazione della macchina assassina, che diventa non solo un uomo ma addirittura un salvatore, e quindi il catalizzatore della crescita messianica di John Connor, alias il prescelto.

Il T-1000 (Robert Patrick), invece, è l’unica costante del film: una macchina per uccidere persino più perfetta del T-800 di Schwarzenegger (come “una Porsche rispetto a un carro armato”, per usare le parole di Cameron), una minaccia che incombe senza dare tregua, un simbolo dell’impotenza dei deboli umani rispetto alla superiorità tecnologica delle macchine che loro stessi hanno creato. Il fatto che sia una costante cela un’ironia perversa, se si considera che la cifra astronomica spesa per gli effetti speciali più all’avanguardia dell’epoca fu usata principalmente per rendere il T-1000 un mutaforma volubile, un’invincibile e ingannevole divinità composta da metallo liquido in grado di assumere le sembianze di qualsiasi cosa tocchi, di trasformare le proprie estremità in coltelli, di insinuarsi in pertugi ristretti, di fondersi con il pavimento e persino di ricomporsi dopo essere stata congelata e mandata in frantumi, facendo diventare un glorioso momento di figaggine assoluta una scena di profonda disperazione. Dopo averla vista, il primo pensiero che viene in mente è: “Non riusciranno mai a distruggerlo”. E poi gli effetti speciali sono tra i migliori di tutti i tempi. Scusate se è poco.

carico il video...
'Hasta la vist... mica pensavo così presto...'

Tuttavia, in netto contrasto con gli altri tre protagonisti, il T-1000 non ha un vero sviluppo narrativo. E come potrebbe essere altrimenti? Dopotutto, è stato progettato per non avere difetti. In quanto perfetta incarnazione dell’apocalisse, però, il mutaforma fornisce ai personaggi uno sfondo su cui evolversi.

“Chiunque salva una vita salva il mondo intero.”
Sì, lo so che è una citazione da Schindler’s List, tratta dal Talmud (trattato Sanhedrin, 37a). Allo stesso tempo, però, è anche un riassunto attendibile della posta in gioco di T2: le speranze dell’intera umanità dipendono dalla sopravvivenza di un bambino vulnerabile. Se muore lui, muore anche l’umanità, punto. John Connor è il tropo del “prescelto” portato all’estremo: a livello diegetico ed extradiegetico, ogni cosa è subordinata alla sua sopravvivenza.

Di solito, il compito di proteggere la prole spetta ai genitori. E, se Sarah Connor è la mamma orso per eccellenza, la figura paterna esige un’analisi più approfondita. Non dimentichiamo che John è il pilastro della storia, ma che il protagonista resta indubbiamente il Terminator.

Lo sviluppo del cyborg assassino che assume il ruolo di protettore è un’evoluzione. Soprattutto dal Director’s Cut emerge con chiarezza che l’arco narrativo centrale del film è quello che riguarda l’umanizzazione del Terminator, che cambia radicalmente grazie all’interazione con il giovane protetto, all’accettazione delle qualità spesso illogiche degli umani e al superamento dei propri limiti.

Il risultato non è assicurato.

L’aspetto fondamentale del suo sviluppo risiede nella completa subordinazione a John: il Terminator è programmato per eseguire gli ordini del ragazzino, il più importante dei quali è il divieto di uccidere gli esseri umani. Trattandosi di una macchina per uccidere, guidata dal calcolo e dalla razionalità pura, la sua prima reazione è chiedere “perché”, una domanda a cui persino John, a un certo punto, non sa rispondere.

Anche la quantità di sottintesi messianici che caratterizzano il Terminator è stupefacente: avvolto da una luce accecante, arriva da un altrove lontanissimo – un’altra epoca, un aldilà letterale – per salvare l’umanità salvandone il campione. Ammette di provare dolore ma lo sopporta stoicamente, fino al trionfo conclusivo in cui si sacrifica (spinto dal libero arbitrio e dall’accettazione della necessità) per il bene del genere umano, scongiurando l’avvento del Giorno del giudizio. Le parole con cui si presenta a Sarah, le stesse usate da Kyle Reese nel primo film, sembrano possedere un che di evangelico: la frase “Vieni con me se vuoi vivere”, infatti, non è poi così lontana da “Chi crede in me, anche se muore, vivrà”. E pure il voice-over finale di Sarah lascia poco spazio ai dubbi: “Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi, e io lo affronto per la prima volta con un senso di speranza, perché se un robot, un Terminator, può capire il valore della vita umana, forse potremo capirlo anche noi”.

Il terzo Terminator
A proposito di Sarah, ho accennato che la sua è una storia di caduta e redenzione. Il punto di svolta del film è la sequenza onirica in cui assiste impotente alla distruzione nucleare del Giorno del giudizio, una scena che ha gettato le basi per tutte le apocalissi cinematografiche a venire:

carico il video...
Da qualche parte, un giovane Roland Emmerich ha pianto.

È in questo momento che accade qualcosa di profondo. Se nella prima metà del film Sarah ha combattuto per potersi ricongiungere al figlio, ora lo abbandona in silenzio e parte in missione. Una missione che ha lo scopo di impedire che la sua fazione venga sconfitta in guerra, di cambiare il futuro attraverso l’uccisione dell’essere umano direttamente responsabile di quel futuro. L’unico destino che esiste è quello che creiamo noi stessi: vi suona familiare?

Qualche scena prima, il Terminator spiega a Sarah e John le dinamiche del Giorno del giudizio, raccontando che un uomo, il programmatore Miles Bennett Dyson, è responsabile della creazione di Skynet, l’intelligenza artificiale secondo cui il mondo sarebbe un posto di gran lunga migliore se l’umanità venisse decimata. Sarah, distrutta dal disturbo post traumatico, ossessionata dalle visioni ricorrenti e forte di quest’informazione, ha un solo scopo: uccidere Dyson e impedire così lo scoppio della guerra. Per essere sicuro che a nessuno sfugga cosa sta succedendo, Cameron le fa indossare una tenuta da combattimento militare nera, le dà un fucile d’assalto, le scherma gli occhi con lenti scure e accompagna con le percussioni del tema di Terminator composto da Brad Fiedel la sua corsa sulla jeep verso un uomo (esplicitamente descritto come un padre e marito amorevole) che ormai non è nient’altro che un obiettivo. In caso l’allusione fosse troppo sottile, c’è anche questo:

Occhi laser VS. mirini laser. Non è affatto sottile, come non lo è il fatto che Dyson venga salvato da un’auto comandata a distanza.

Gli occhi di Sarah sono nascosti dal mirino ottico del fucile e il punto focale della scena è il laser fisso su un uomo che dev’essere ucciso per garantirle la vittoria. È qui che la madre, la creatrice di vita, rinuncia del tutto alla propria umanità, si trasforma in ciò che più detesta ed esiste solo per portare a termine una missione: uccidere, terminare. Ed è solo quando vede il figlio di Dyson proteggere il padre con il proprio corpo che capisce cosa sta facendo, consapevolezza dall’effetto devastante e immediato.

Connor il Redentore
Ragioniamo un attimo sul nome Sarah. Nella Bibbia è il nome della moglie di Abramo, a cui per miracolo (e non è un modo di dire) è stato donato un figlio dopo aver rinunciato ad averne. Isacco, il “figlio della promessa”, diventerà il patriarca di Israele, il “padre di tutti i fedeli”. Bizzarro come la Genesi e l’Apocalisse di Giovanni qui vadano a braccetto.

Comunque, mentre Sarah corre verso la perdizione, il figlio e il padre surrogato corrono per salvarla per l’ennesima volta. L’hanno già fatta evadere dall’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata, ma adesso cercano di salvare la sua umanità. Il dialogo tra John e il Terminator riflette alla perfezione quello avvenuto durante il tragitto verso l’ospedale: il Terminator lo sconsiglia, dato che mette a rischio la missione (che, ricordiamolo, è tenere in vita John), ma al ragazzino non interessa. Qualcosa, però, è cambiato: se la prima volta John ignora il consiglio spinto dal desiderio filiale di ritrovare la madre, adesso resta fedele al principio per cui uccidere è sbagliato, in qualsiasi situazione, benché il Terminator abbia ragione nel dire che uccidere Dyson potrebbe impedire lo scoppio della guerra e salvare miliardi di vite. Se l’obiettivo finale, per quanto importante, richiede il sacrificio di una vita innocente, l’umanità ha già perso, a prescindere dal risultato. A questo punto John ha visto il T1000 e ha combattuto contro di lui, sa benissimo di quali atrocità è capace il mostro e che è invincibile e implacabile. Di fatto, in questo frangente fondamentale, definisce l’umanità con le parole: “Abbiamo dei sentimenti. Soffriamo… Abbiamo paura”. Sta parlando di se stesso, sa che sta per mettere in pericolo la sua vita – e con essa, ripetiamolo, il futuro dell’umanità – e ha tutto il diritto di essere spaventato. Eppure è proprio questa paura a spingerlo ad agire: John è disposto a perdere ogni cosa pur di salvare una vita e un’anima. È qui che il ragazzino diventa il futuro leader del genere umano. Se il Terminator realizza la citazione talmudica (salva l’umanità intera proteggendo una singola vita), John capisce che il detto significa anche che distruggere un’anima equivale a distruggere un intero mondo. Ecco cosa c’è in gioco.

Ecco. A prima vista abbiamo un emozionante giro sulle montagne russe con effetti speciali che venticinque anni fa sembravano appartenere a un altro mondo e che reggono bene ancora oggi (a mio avviso, sotto questo aspetto l’unico degno concorrente è un altro classico di Spielberg, Jurassic Park: si potrebbero scrivere pagine e pagine per spiegare come Cameron e Spielberg si sono sfidati e ispirati a vicenda). Abbiamo alcune delle migliori scene d’azione nella storia del cinema, da rocambolesche sparatorie a inseguimenti mozzafiato.

Ma ben poco di tutto ciò importa, compresa l’ipotesi che James Cameron abbia realizzato The Abyss quasi esclusivamente per ottenere gli effetti speciali adatti a T2. L’azione, gli effetti, l’emozione sono rilevanti solo quando sono al servizio di una storia in grado di suscitare la partecipazione del pubblico rispetto ai suoi personaggi e alle sue vicende. L’apocalisse più elaborata del mondo, creata in digitale spendendo milioni di dollari, vale molto meno della speranza che qualcuno a cui teniamo riesca a sopravvivere. E, per renderci partecipi, i personaggi della narrazione devono avere una sostanza, degli sviluppi, speranze, sentimenti… Dobbiamo soffrire quando soffrono, avere paura quando ne hanno anche loro. Gli effetti speciali di T2 sono ancora più efficaci poiché funzionali a una storia familiare ma raccontata in modo perfetto, poiché la tecnologia più all’avanguardia e la fantascienza high-concept sostengono una narrazione in cui ci possiamo identificare. Una madre che riconosce l’amore del figlio quando interviene per fermarla; le sue lacrime che lo sgravano dal senso di colpa per aver dubitato di lei e averla odiata tanto a lungo: sono elementi verosimili – devono esserlo –, perché quello materno è l’unico amore che, virtualmente, accomuna tutte le persone al mondo.

Ed è per questo motivo che moltissimi blockbuster non hanno lasciato alcun segno, mentre a venticinque anni dall’uscita il capolavoro di James Cameron, Terminator 2 – Il giorno del giudizio, è ancora tanto importante.

Paul Engelhard
Paul Engelhard nasce a Seoul nel 1978, e cresce tra Corea, Germania e Milano. Residente a Bonn, quando non parla di videogiochi cerca di finire la sua dissertazione sul Boccaccio.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015