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Giovane, nero sudafricano e prossimo sostituto di Jon Stewart al "The Daily Show": un comico non americano si prepara a conquistare gli USA.

C’è un film del 1970 diretto da Melvin Van Peebles che s’intitola Watermelon Man e racconta la kafkiana trasformazione di un bianco che si sveglia nero. Il protagonista è Godfrey Cambridge, comico afroamericano che per la prima parte del film ha la faccia dipinta di bianco e poi, avvenuta la metamorfosi, si presenta per quello che è. Il film è interessante perché riflette in maniera grottesca sulla paura della società bianca di essere d’un tratto fagocitata dall’Altro, cosa tristemente attuale nelle frasi pronunciate dal killer Dylann Roof durante la strage di Charleston (“stuprate le nostre donne”). Ovviamente l’efficacia della metafora di Van Peebles è tanto più grande quanto irrealistica è la premessa: la trasformazione della società americana è stata, ed è, tutt’altro che cosa di una notte, e tanto meno cosa da un uomo solo. A volte, però, l’uomo giusto aiuta.

Il 30 marzo scorso Comedy Central ha annunciato il nome del successore di Jon Stewart alla guida del Daily Show, il programma più rappresentativo della rete dopo South Park. Dal Daily Show ci sono passati tutti in questi anni: comici e attori ci promuovono l’ultimo film, esperti vari l’ultimo libro, i politici di entrambi gli schieramenti vanno per mostrare che anche loro sono simpatici. È un’istituzione.

Quando quel giorno ho scoperto che Trevor Noah sarebbe stato il successore di Stewart, sono rimasto a bocca aperta per diversi motivi. Uno: Noah, sebbene sia stato tre volte corrispondente della trasmissione e sia comparso anche da Leno e Letterman, è lontano dall’essere tra le facce più familiari agli spettatori. Due: A soli 31 anni, sembra anche un po’ troppo giovane per essere a capo di un programma con un’identità così definita e un pubblico così affezionato. Tre: Noah è africano. Non afroamericano, nemmeno di seconda generazione, proprio africano del Sudafrica.

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Everybody’s black out there

Poco dopo l’annuncio, Chris Rock ha scritto su Twitter: “Thank you president Obama” e non è difficile capire perché: ci sono similitudini abbastanza ovvie tra Trevor Noah e il primo presidente nero degli Stati Uniti. Con padre kenyano e madre originaria del Kansas, Obama ha tracciato una linea nemmeno troppo simbolica tra la Terra dei Liberi e quella da dove invece provenivano gli schiavi. Anche Noah è di razza mista: cresciuto a Soweto, sua madre è xhosa (come Mandela) e suo padre è svizzero.

Ma sebbene l’elezione di sette anni fa abbia spostato alcuni equilibri, soprattutto sui media, l’America del primo presidente nero è ben lontana dall’essere daltonica. Lo dimostrano casi come quelli di Trayvon Martin, Eric Garner, Michael Brown e Freddy Gray, rivolte come quelle di Ferguson e Baltimora e, più di recente, la strage di Charleston. Negli ultimi anni si è anche avvertita una tesa vibrazione a sfondo razziale tanto nella produzione cinematografica d’oltreoceano – Django Unchained, 12 anni schiavo, Lincoln e Selma – quanto in quella musicale – To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar è tra gli album più importanti del 2015.

Tornando poi nel più ristretto campo della comicità, non si può non citare il Nightly Show di Larry Wilmore, ex “Senior Black Correspondent” del Daily Show che adesso riempie lo slot successivo al posto di Stephen Colbert. Inizialmente Wilmore voleva intitolare il proprio programma Minority Report, ma anche con un titolo più neutro il format è partito forte, proprio durante il Martin Luther King Jr. Day, con una puntata incentrata sui fatti di Ferguson. Per farvi un’idea del tipo di coinvolgimento di Wilmore, e del suo impegno, guardate questo video in cui discute con Bloods e Crips di Baltimora in tregua durante i riots.

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Sarebbe quantomeno ingenuo pensare che il tema della razza abbia mai perso la propria centralità nella società americana, ma è difficile non notare che, con Noah e Wilmore, Comedy Central ha sostituito i propri anchor di punta, entrambi bianchi, con comici di colore.

The Daywalker
Quando Trevor Noah è venuto ad Amsterdam si è esibito al Toomler, un comedy club di stampo americano di quelli con soffitti bassi e il muro di mattoni dietro, dove mangi nachos a un metro dal comico di turno mentre fai cenno alla cameriera di portarti un’altra birra. Io e la mia ex eravamo proprio di fianco al palco, allo stesso tavolo di una coppia – lei olandese, lui dello Zimbabwe. A pochi secondi dall’arrivo di Trevor, il nostro vicino ha fatto l’errore di gridare: “Zimbabwe in the house!”. Senza batter ciglio, Noah lo ha investito con una serie di battute su Mugabe. Ai tempi avevo visto un paio dei suoi special su internet, abbastanza per essere familiare con il suo stile e con il modo in cui gestisce il pubblico. Ad avercelo a due metri ho percepito però una tensione e una serietà che mi sembravano andare oltre il fatto che, dopotutto, stava sul palco a lavorare. Come poi confermato dai fatti, ho avuto la palpabile sensazione che questo ambizioso ragazzo più o meno della mia età era probabilmente già troppo maturo per un posto e per una serata come quella, e insomma stavamo cogliendo l’ultimo strascico della dimensione “internazionale” di Noah, il preludio a quella “globale”.

Adesso però, per dovere di cronaca e per spiegare questa distinzione, bisogna che vi racconto un po’ la sua vita. Trevor nasce, come dicevamo, da mamma xhosa e padre svizzero, unione illegale in Sudafrica durante l’apartheid. Quando gira per la strada con la madre e incrociano il padre dall’altro lato non possono abbracciarsi ma solo salutarsi a distanza. Come se non bastasse, da misto, Trevor deve anche far finta di non conoscere la mamma per non inguaiarla, deve proprio divincolarsi dalla sua mano, (“Mi sentivo come una busta di ganja”, dice lui). Lei viene comunque arrestata e multata diverse volte.

Il padre torna in Europa, Trevor viene cresciuto da mamma e nonna a Soweto, prende tanti schiaffoni da entrambe, ma cresce bene. L’infanzia atipica non gli impedisce di iniziare una carriera nello show business già diciottenne: soap opera locale, radio, e poi TV a condurre show dall’educational allo sport. Nel frattempo inizia a fare stand-up, si fa un nome, viaggia per festival, Eddie Izzard lo nota e lo porta in Europa, quando Gabriel Iglesias e Russell Peters passano dal Sudafrica lui apre per loro. Il 2009 è intenso: dopo solo pochi anni di esperienza sul palco Trevor si misura con il suo primo speciale e, nello stesso anno, al culmine di un’escalation di violenza domestica durata anni, il suo ex patrigno spara in testa alla madre. Lei sopravvive, ma le minacce dell’uomo nei confronti di Trevor sono, pare, tra le ragioni che lo spingono a trasferirsi in America nel 2011. La data del trasferimento effettivo non è chiarissima, lui rimane un po’ a metà tra i due continenti per qualche tempo: compare da Leno e poi da Letterman, a un certo punto sarà Jon Stewart stesso a chiamarlo per partecipare al Daily Show.

Mel Miller lo definisce arrogante, per altri non è neanche un comico, altri ancora si esprimono solo a telecamere spente. “Cosa dire di Trevor Noah che non abbia già detto lui stesso?”

Se le esperienze di vita di Noah gli danno una credibilità che lo aiuta anche in campo sudafricano, l’ascesa in tempo record e l’impatto con la scena locale lo rendono un po’ più controverso. Il documentario You Laugh But It’s True (uscito post-Letterman, ma pre-Daily Show) dipinge un ritratto prevedibilmente entusiasta del personaggio, ma non lascia fuori altri aspetti meno piacevoli.

Trevor viene presentato come motivato e stakanovista, boxa al sacco e fa anche 12 ore di spettacoli corporate in una giornata. Insomma, si fa il culo. Anche perché è outsider: è sempre stato tutto e niente, una delle ragioni per cui – spiegano gli altri comici intervistati – tutti si possono identificare in quello che dice. Ma attraverso l’alternarsi di colleghi sudafricani, bianchi e neri, apprendiamo che non è necessariamente apprezzato da tutti. Il veterano Mel Miller lo definisce arrogante, per altri non è neanche un comico, altri ancora si esprimono solo a telecamere spente. Uno fa: “Cosa dire di Trevor Noah che non abbia già detto lui stesso?”

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Il trailer del film, fa capire un po’ il mood.

C’è di certo un po’ di presunzione nel fare uno one-man show altamente pubblicizzato pretendendo di rappresentare l’intera scena della stand-up sudafricana allo scopo di portarla a un pubblico più grande: in un certo senso squalifica tutti quelli che sono arrivati prima di te. “Se io faccio schifo, la scena fa schifo”, dice infatti Trevor prima del grande debutto. Ma alcuni comici applaudono l’ambizione e sperano sia un apripista che, come nella discussa teoria economica del trickle-down, porti più trippa per tutti.

Oltre all’ambizione, una delle ragioni per cui alcuni colleghi, soprattutto i bianchi, non sono fan di Noah è la forte componente razziale della sua comicità. L’apartheid è roba di vent’anni fa, i comici neri di questa generazione non l’hanno davvero vissuta, dicono. La madre di Trevor lavora nel settore immobiliare e suo padre era manager ma la sua storia personale rimane esemplare conferendogli sufficiente credibilità: il suo successo infine prova che può rappresentare Johannesburg e il Sudafrica, in casa e all’estero.

The Daywalker, il suo primo spettacolo solista, parla quasi integralmente di Sudafrica e di politici post-apartheid come Julius Malema, Jacob Zuna e Mandela. C’è pure una battuta in afrikaans. Un bel pezzo è ovviamente dedicato a introdurre il suo personaggio al pubblico, raccontando aneddoti familiari su com’è crescere a Soweto. Il titolo viene da uno dei pezzi più divertenti: per il colore chiaro della sua pelle Trevor viene associato a un gruppo di albini; lui sarebbe il Daywalker perché, al contrario di loro, può camminare al sole senza bruciarsi. Appena finisce l’apartheid la mamma rivela che in realtà è “coloured” – un mix di bianco e nero – e tutti festeggiano contenti (gli albini non se la passano troppo bene in Africa e sono spesso oggetto di superstizione o violenza).

Già in questo show ci sono alcuni riferimenti agli Stati Uniti ma è con il successivo (That’s Racist del 2012) che Noah che si collega, a livello stilistico, ai distinguo progressisti di Chris Rock o al talento fisico di Pryor. E si capisce che, a parte l’indiscusso talento dei suoi campioni, per Trevor l’America ha tanto del Sudafrica. Del resto se in USA c’è l’Affirmative Action (e un nero deve volare per arrivare dove un bianco può camminare, come dice Chris Rock) in Sudafrica hanno il BEE (che lui paragona alle lame di Pistorius). Ma in sostanza gli interessa la proiezione del razzismo come elemento culturale.

Lo show inizia con una canzone in autotune e uno statement: siamo tutti razzisti. Verso la fine Trevor affronta il tema della “k-word”, che sarebbe “kaffer”, equivalente sudafricano della “n-word” americana (la stessa che il solito Pryor, trovatosi nel continente nero, si era stupito di non aver mai sentito né pensato).

Da subito Trevor cerca di non abbandanoare l'Africa per gli States: nel solo 2013 fa ben due special, uno casalingo (That’s My Culture) e uno per il pubblico americano, African American.

Facendo sposare comici afroamericani militanti come Paul Mooney e Dick Gregory con l’ossessione salvifica di Lenny Bruce, il tutto con uno spin locale, Trevor dice che dovremmo essere tutti kaffer, per non dimenticare ma anche per svuotare la parola del suo potere. Il finale di That’s Racist esplicita quindi una missione che Noah ha sempre ribadito: essere grande in Sudafrica e per il Sudafrica, nonostante lo si accusi di volersene andare in America. E Trevor rimane fedele, tra un one-man show a New York e tour attraverso gli States, nel 2013 riesce a far uscire ben due special, uno casalingo (That’s My Culture) e uno per il pubblico americano: African American.

E qui Noah dimostra di essere molto attento ed esperto ad adattarsi a tipi diversi di pubblico: per quello USA aumenta le battute sporche, indulge in stereotipi afroamericani, si racconta in maniera più succinta ed espande le parti sui bambini africani negli spot dell’Unicef. C’è un po’ di arruffianamento, ma anche critiche sottili: Obama era considerato mixed-race fino alle elezioni, ma appena ha vinto è diventato il primo “black president”. Oppure: perché i native-american non sono chiamati semplicemente “american”? Non sarebbero piuttosto i bianchi a dover essere tratteggiati, per esempio in “Anglo-American” o “Imperial-American”?

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A Trevor non piacciono gli spot della UNICEF.

Brown Comedy
Per capire dove si inserisce Noah quando arriva in un contesto come quello americano bisogna fare una premessa. Innanzitutto, sebbene si sia formato ispirandosi a Chris Rock o Dave Chappelle, c’è secondo me una differenza fondamentale nel modo in cui affronta temi razziali in America. Per dirne una, non è incazzato come Rock. La discriminazione bianco/nero negli Stati Uniti è percepita storicamente come molto più verticale rispetto a quella delle diverse enclave di immigrati che si sono poi creati un posto nella società statunitense: Rosa Parks, Martin Luther King e Malcolm X sono nomi molto più carichi di significato che non, che ne so, Sacco e Vanzetti, e solo in parte perché appartengono a epoche più recenti. Il fantasma dello schiavismo, il cordone ombelicale che collega gli USA all’Africa, rende la storia degli afromericani molto più controversa e parallela rispetto a quella del resto del Paese, attento al politically correct ma fortemente influenzato dalla mediazione degli stereotipi.

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Ci si insulta in allegria.

C’è poi una tendenza della quale scrivevo qualche anno fa su Studio parlando di Key & Peele, il primo sketch show “birazziale” di Comedy Central. Nell’articolo tracciavo l’arco evolutivo della figura del “black nerd” da Cosby ai giorni nostri, attraverso il filtro espressivo di Rock e Chappelle e culminante in una nuova generazione di comici afroamericani meno interessati alle differenze tra bianchi e neri e più a trovare il proprio punto di vista di individui complessi. Per certi versi il successo di gente come Hannibal Buress, Donald Glover o Wyatt Cenac conferma parzialmente che parlare di razza non è più necessario (e nemmeno farlo in ebonics), ma come detto in apertura il tema della razza sopravvive all’evoluzione dei canoni comici.

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Un classico di Chris Rock.

Quanto a Noah, con il suo pedigree e l’accento esotico non è né afroamericano stretto né black nerd. Curiosamente, il nativo di Joburg è finito con l’accompagnare in tour un latino come Iglesias, davanti a folle di texani acquisiti dal burrito facile. Fa ridere il pezzo che Trevor ripropone spesso nei suoi special, nel quale racconta come la prima volta negli USA non vedesse l’ora di essere nero, ma finisce per essere scambiato per un portoricano.

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Volevo essere nero.

A vedere questo clip, nel quale prende in giro alcuni manierismi afroamericani, Noah mi fa pensare a un altro (controverso) campione della comicità latina: Carlos Mencia. Anche Mencia è ossessionato dagli stereotipi e anche lui, come Trevor, è stato accusato di rubare battute. I due condividono poi l’ossessione maniacale per lo stereotipo, quello spazio sociale di mediazione che esiste esclusivamente come proiezione culturale. A Mencia non importa se i latinos sono pigri, i neri hanno il pisello grosso, gli asiatici non sanno guidare e i bianchi sono scemotti, finché ci si prende tutti per il culo.

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Olimpiadi degli stereotipi.

Una differenza con Trevor è che quest’ultimo ha girato il mondo, sai sei lingue e dimostra una curiosità che rende le sue posizioni più raffinate (in questo è più simile a Russell Peters, comico indiano-canadese).

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Russell Peters conosce un sacco di sfumature di asiatico.

Trovare l’America
Il fatto che Trevor Noah sia l’Uomo Che Viene dal Mondo Esterno, con lo scopo di emancipare il pubblico americano, è evidente dalla sua prima apparizione al Daily Show dove Stewart che, oltre a fare quelle facce per le quali gli vogliamo bene, sveste i panni del sarcastico informato per indossare quelli dell’ignoramus americano. Noah, dal canto suo, invece di fare accenti e muoversi su e giù per lo stage, se ne sta seduto in modo ostentatamente rigido, trattando l’anchor con condiscendenza. Stewart è quello che non sa indicare il Sudafrica sulla mappa, che capisce solo il football. Ma soprattutto non sa di essere affetto da problemi che considera esclusivo appannaggio altrui.

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L'esordio da Stewart.

Secondo un mio amico americano, anche lui appassionato di stand-up, Comedy Central ha scelto Noah perché ha già un seguito internazionale. Ma all’America non serve avere figure del genere per conquistare il resto del mondo, dal momento che storicamente il resto del mondo è stato ben felice di mangiarsi le sue sit-com, i suoi film, le sue news e la sua musica familiarizzando non solo con la lingua inglese, ma con tutti i particolarismi locali che rendono uno come Trevor qualificato per fare l’imitazione di un afroamericano. A dispetto delle classifiche di Monocle, il soft power degli Stati Uniti – quantomeno in termini di fattore cool – rimane impareggiato, tant’è che la consacrazione globale di comici britannici come Ricky Gervais e John Oliver è arrivata in America, come sta succedendo a Noah.

Il peso culturale degli Stati Uniti nel mondo è ancora senza pari, checché ne dica Monocle: pensate agli inglesi Ricky Gervais e John Oliver, diventati star globali solo dopo la fama oltremanica.

Gli Antwoord e Neill Blomkamp, per esempio, hanno usato i codici del rap e del cinema sci-fi per mettere il Sudafrica “sulla mappa”. Noah ha preso sì i codici dalla casa madre della stand-up, ma con il suo farcela in America porta Sudafrica e resto del mondo nelle case degli americani, legittimando il suo punto di vista attraverso i muscoli culturali di quello che sarà anche un impero in declino, ma uno che trae linfa vitale proprio dalle sue provincie più lontane.

Mi piacerebbe pensare che Trevor sia un faro di civiltà, ambasciatore di una nuova era, anche se probabilmente esagero. Un mezzo scivolone c’è già stato: dopo la decisione di Comedy Central, qualcuno si è spulciato il suo Twitter feed portando alla luce alcune battute vecchissime e di cattivo gusto, “sessiste e anti-semite”.

C’è poi chi sostiene che la giovane età di Noah non gli conferisce la gravitas necessaria a un ottimo presentatore, com’era Stewart e come, forse, Larry Wilmore avrebbe potuto essere. Dopo tutto quando l’ho visto dal vivo in quel club di Amsterdam, alla fine dello show è sceso dal palco e se n’è andato via, invece di fermarsi in fondo alla sala come fanno di solito i comici al Toomler. O magari ha ragione Chris Rock quando dice che Obama è diventato presidente perché ci credeva e ci ha provato davvero.

E, se era proprio ambizione quella che mi è parso di scorgere nello sguardo di Trevor Noah, forse l’America che vuole ridere potrebbe davvero svegliarsi un po’ più africana un giorno, come in Watermelon Man.

Nicola Bozzi
Nicola Bozzi è nato a Catanzaro, è cresciuto a Milano e vive a Manchester. I suoi interessi principali sono il ruolo dell'arte nella società contemporanea e le identità urbane globalizzate. Ne scrive per varie riviste e siti, italiani e internazionali, tra cui Domus, Frieze ed Elephant.

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