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Volevamo raccontarvi lo straordinario ultimo capitolo artistico del più grande artista rock vivente con questo articolo, scritto nel weekend. Abbiamo deciso di pubblicarlo così, senza modificare nulla.

È l’8 gennaio 2016. Intorno alle 16.00 ricevo un messaggio vocale da un amico musicista. Dentro c’è una registrazione di Space Oddity di David Bowie che sembra provenire da lontano, confezionando in maniera celestiale e contestualmente perfetta, la qualità scadente di un masterpiece riprodotto da una delle feature di Facebook. “Sono a un funerale”, mi scrive il mio amico, e improvvisamente la registrazione si deforma e si riproduce nuovamente alle mie orecchie simbolica, proiettiva, colonna sonora di un viaggio che si ridefinisce e che lancia chi l’ha scelta per la platea del proprio addio, verso un’eventuale altra galassia vera, o verso l’indefinibile nulla assoluto.

Oggi, nei negozi di dischi di tutto il mondo esce ★, il venticinquesimo lavoro in studio di David Bowie, si legge Blackstar ma si rappresenta ovunque come un disegnino, una piccola stella nera. Sotto, sulla cover della versione cd, c’è scritto il nome del suo autore con le parti della stessa stella fatta a pezzi, frammenti che riscrivono in modo destrutturato ma decifrabile il nome di questa star.

Il messaggio arrivato dal funerale si inserisce in un eccitante flusso di meraviglia che popola la mia timeline Facebook, Twitter, le foto che scorro su Instagram ma pure, per quanto mi riguarda, i fiumi di sms, le telefonate, i messaggi Whatsapp: un’impressionante ma prevedibile parata di comunicazioni, esponenzialmente più cospicua rispetto a quella delle giornate di festa appena finite.

In questa cascata di omaggi fatto di video, fotografie, post emozionali più e meno retorici, articoli che corrono al click immediato copiando frammenti di interviste agli addetti ai lavori uscite nelle ultime settimane e un mix di opinioni in prima linea con liste di artisti di riferimento e il solito linguaggio da programma di cucina che rende il disco tutto un “mescolare” e “amalgamare” generi e istanze, io mi concentro su questi pochi secondi di Space Oddity, evidenziatore estremo dell’universalità profonda di 50 anni di produzione discografica, di arte, e ancora una volta non posso astenermi dal connettere Bowie al pensiero della morte.

Quando a 13 anni sono diventata una fan di questo artista tutti i miei coetanei d’età puberale mi dicevano che stavo ascoltando un vecchio e io mi feci in qualche modo convincere: ovviamente non smisi di ascoltarlo ma iniziai a mettere via i soldi delle paghette per volare da lui nel giorno del suo funerale che, stando a quanto dicevano quei ragazzetti, non avrebbe dunque tardato ad arrivare. Poi, invece, ci sono stati i concerti, molti dischi, discografie comprate e consumate e ricomprate, regalate, musicassette perdute nelle gite scolastiche, un’affezione misteriosa, sempre progressiva, inarrestabile, del tutto figliale.

Blackstar ci si è presentata lo scorso 20 novembre in forma di film, con un videoclip-cortometraggio diretto da Johan Renck, regista di The Last Panthers, serie tv in onda su Sky Atlantic per la quale il pezzo è stato composto. Il brano dura 9.57 minuti e riconnette immediatamente l’ascoltatore a un mondo indecifrabile dove si uniscono citazioni, autocitazioni (non manca, nemmeno qua, l’astronauta, forse Major Tom, che cade sul pianeta) ed elementi simbolici. L’Io narrante potrebbe essere una figura analoga a Satana ma pure evocare l’immagine dello scrittore e giornalista svedese anarchico Stig Dagerman, morto suicida a 31 anni che pubblicò il proprio primo romanzo horror nel 1945, il cui titolo era Ormen (Il serpente), come la villa di cui Bowie canta.

Blackstar parla sommessamente di morte, lo fa in modo beffardo, con un sorriso che appare pazzo sul viso di Bowie.

Blackstar parla sommessamente di morte, lo fa in modo beffardo, con un sorriso che appare pazzo sul viso di Bowie nel momento più emotivo della narrazione video, nel centro esatto della canzone; lo fa nel modo in cui quest’artista ci ha sempre parlato di morte reale, di morte delle cose, di temporanea morte interiore (per le droghe, la vita consumata, vicende famigliari che lo tormentavano): lo fa in modo criptico, nascosto, bendato com’è lui nella canzone ma ci conduce così a stretto contatto con il tema passando attraverso i miti, i simboli, le chiavi più misteriose, quelle dall’afflato religioso, facendoci passare attraverso la schizofrenia e i tremolii di un buio brillante, illuminante. Il luccichìo della stella nera.

carico il video...

Quando nel 1976 incide Station to Station e si trova a un passo dalla morte fisica e psicologica, Bowie è sommerso dalla cocaina che, insieme a litri di latte consumati quotidianamente, costituisce la base prima della sua dieta. Resta chiuso per notti e giorni interi nelle stanze degli hotel a disegnare pentacoli, accendere candele, salmodiare formule magiche, legge Il mattino dei maghi di Louis Pawels e Jacques Bergier e gli scritti della Società Teosofica di Madame Blavatsky, ideatrice di una mitologia proto-newage. Si protegge da quelli che lui chiama “gli agenti del male” portando sempre al collo un crocifisso d’oro (un tipo di gioiello che indosserà poi molto di frequente anche diversi decenni dopo). Station to Station è il primo brano di un disco omonimo composto di soli 6 pezzi, un disco variegato, destinato a non diventare per la critica uno degli indimenticabili assoluti di Bowie ma di incidersi perfettamente nella discografia dell’artista come un lavoro importantissimo, di straniante e non consueta qualità: l’album che prepara alla svolta più grande, alla prima rivoluzione decisiva, quella di Low, del 1977, e degli altri due capitoli della Trilogia berlinese. La title track apre l’album ed è il brano che prepara al ritorno in Europa dopo la parentesi tossica californiana, la canzone che sminuzza e rende evidenti le ossessioni di Bowie, unendo qua e là riferimenti al misticismo dell’ebraismo gnostico (la Cabala), alla creazione del mondo, all’Albero della Vita che porta in sé la natura di Dio e al mito della Caduta. Il testo, stratificato e a tratti indecifrabile tanto quanto quello di Blackstar, mescola occultismo e riferimenti shakespeariani, strutturandosi su un corpus sonoro che in un solo brano sembra racchiuderne almeno tre, componendosi come una micro sinfonia pop, dove parti di piano quantomai stravaganti non perdono l’occasione di enfatizzare l’elemento della teatralità rock tipica di Bowie, le derive funky e soul in continuità con il precedente LP, Young Americans, e l’anima del Thin White Duke, l’ennesima maschera che Bowie indossa: dopo Ziggy Stardust, dopo l’Halloween Jack di Diamond Dogs e prima del Nathal Adler di 1.Outside.

Thin White Duke, il sottile Duca Bianco, un crooner à la Frank Sinatra con in più una fascinazione per lo stesso occultismo che tanto affascinò i nazisti e, naturalmente, per la magica polvere bianca.

Duca Bianco è il nome con cui, ancora oggi, Bowie viene chiamato, una formula che erroneamente riempie i titoli dei giornali anche in queste ore. Non accade la stessa cosa con Ziggy Stardust e men che meno con le altre maschere indossate da Bowie ma accade sempre con il Thin White Duke forse per una questione di aderenza all’immagine del vero David Bowie. Non è, in questo caso, solo il Duca Bianco a essere sottile ma anche il trucco, anche la maschera stessa: è in questa, tra le tante incarnazioni, che l’uomo David Bowie si avvicina di più alla parte che sceglie di ricoprire con il proprio personaggio, è qua che realtà e finzione si mescolano e si confondono, per lasciare spazio, da Low in poi, a un Bowie che utilizzerà la maschera raramente e in modo più filosfico che teatrale (in Scary Monster per costruire le immagini di un ricordo e in 1.Outside senza vestirsene mai in prima persona).
Le analogie che legano ★ a Station to Station sono molte, a partire dalle due title track, visto che Blackstar dura pochi secondi meno di Station to Station e si classifica come la seconda canzone più lunga dell’intera carriera del suo autore. Anche lei si compone in movimenti che sembrano scardinare la struttura della canzone pop, anche lei si affida a una gran quantità di influssi che si muovono però intorno a una base jazz laddove invece, in Station to Station, si arrotolavano intorno al rock e alle chitarre, cercando qua e là solo pochi slanci jazzistici riferendosi in modo non così netto al Miles Davis di fine anni Sessanta.

Tony Visconti, produttore storico e sodale di Bowie, al suo fianco anche in quest’occasione, sottolinea proprio come la particolarità di Blackstar e in generale dell’intero album ★, sia l’inversione di rotta rispetto a quanto accade generalmente nel gioco dei generi quando si tratta di rock. Qua i musicisti sono jazzisti professionisti prestati alla canzone, autori e mostri dello strumento jazz che nel disco fanno rock. Quando David Bowie e Tony Visconti si avvicinano al chitarrista Bob Monder suggerendogli come farebbe Mick Ronson (degli Spiders from Mars, esempio principe di chitarrista rock nel Bowie-universo), Monder fatica a capire. La sfida è dunque nuova: inserire il rock nel jazz lavorando al contrario rispetto a quanto lo stesso Bowie aveva già fatto, anche con l’elettronica, abituando l’ascoltatore, in modo pionieristico, a ritrovarsi altri generi nelle canzoni rock, come inserti di genio imprevedibili.

Anche qua però siamo di fronte a un lavoro denso di riferimenti a occulto, religione, morte ma soprattutto siamo di fronte a un disco che ha l’aria di rappresentare l’ennesimo rituale musicale di passaggio verso l’ennesimo nuovo Bowie.
Se infatti l’8 gennaio del 2013, nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno, David Bowie è tornato discograficamente in scena con Where Are We Now? e poi con l’album The Next Day, stupendo tutti con del materiale arrivato dopo 10 anni di silenzio stampa e di silenzio artistico, con ★ ci troviamo di fronte a un approccio al ritorno totalmente diverso.

Il disco non è più raccolta di materiale inedito prodotto in tempi dilatati, non è più la raccolta di pezzi che mantengono la medietà, pur con episodi molti interessanti, di un artista di cui conta più il ritorno in sé del modo scelto per ritornare. La acque si sono vagamente placate e con Blackstar semba iniziare, nei fatti, una decisiva ricostruzione discografica e del mito Bowie.
Come? Attraverso sette canzoni, di cui due già edite ma completamente riarrangiate e impreziosite, scritte da Bowie immediatamente dopo l’uscita di The Next Day, brani frutto di quella che Tony Visconti non fatica a chiamare esigenza, definendo il momento artistico attuale di Bowie con esaltazione, sottolineandone la forza e il desiderio che l’artista sembra avere, anzitutto, di scrivere molto: “Scrive sempre, soprattutto a casa, quasi tutto prima di arrivare in studio”.

Bowie, insomma, dopo un grave malore al cuore che dal 2004, durante una data del Reality Tour, a seguito di un’importante operazione lo ha costretto giù dai palchi, produce materiale e non si stanca di provare, pare si ascolti i Boards of Canada e Kendrick Lamar, certo—e si sente eccome, a dispetto di quanto dicono in molti—ma quel che oggi ci sembra più stupefacente è saperlo presente ai live di altri, pensarlo all 55bar nell’East Village una sera, per godersi il quartetto del sassofonista prodigio Donny McCaslin e il giorno dopo chiamarlo per dirgli “Hey, voglio che tu e il tuo chitarrista diventiate i miei musicisti”.
(Tony Visconti aveva messo su Google Calendar l’evento ma poi si è dimenticato).

Il risultato è un lavoro nuovo che certo mantiene un’anima classica (in un brano come Dollar Days, in primis) ma che supera tutti i limiti possibili della vecchia rockstar leggendaria che torna con le cover dei grandi del passato, o con dischi così e così, con la stanchezza sottesa a tour mondiali, una voce che non regge, un look che si ricalca da una vita. Qua non c’è nulla di tutto ciò. C’è un disco che ha voglia di giocare con il linguaggio (Girl Loves Me) ricominciando dalla lingua dei Drughi e dal polari della comunità gay britannica, che ha voglia di raccontarsi, di lasciare il proprio testamento del momento, rispondendo in modo criptico a tante domande. In I Can’t Give Everything Away, che chiude l’album, un testo commuovente sembra disegnare lo stato dell’arte e lo stato d’animo di David Bowie: “Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent. / I can’t give everything / I can’t give everything away”. Un discorso sul fare musica dopo la morte sfiorata, stavolta davvero? Un discorso sull’offrire, sul risparmiarsi, su un innaturale capovolgimento delle emozioni quando ci si avvicina alla fine? Le risposte, in Bowie, sono sempre domande nuove. Il pubblico non smette di chiedersi cosa stia facendo, dove si trovi, cosa desidera raccontarci con i suoi uomini che danzano, le bende sugli occhi, i letti degli ospedali psichiatrici, con i teschi ai bordi delle inquadrature. E le domande, così, si aggiungono ai quesiti più importanti: starà bene? Sarà guarito? Suonerà mai più live? Farà mai più un tour mondiale? Starà morendo?

Due fotografie in dodici anni alimentano gli interrogativi e bacheche intere si domandano se non sia dimagrito troppo e guardano il collo, le rughe, misurano l’invecchiamento.

Ma nulla di tutto questo conta, perché David Bowie, più di tutti i grandi rocker over 60, oggi in gran parte diventati souvenir dei propri stessi tempi andati, sta ricostruendo il proprio mito al contrario. Una figura artistica cristallizzata nell’immaginario collettivo come glam, mascherata, artificiosa nella forma, uno che ha fatto dell’atto del mostrarsi la propria prima carta vincente, uno che per gran parte della propria carriera ha trascorso più tempo a rilasciare interviste di quanto gliene servisse per stare in studio a registrare capolavori, oggi quasi non si mostra più ma, soprattutto, non parla più: non rilascia dichiarazioni, non risponde a tutti i quesiti di cui abbiamo detto poco sopra, sembra agire dismettendo totalmente ruoli, maschere, lasciando da parte i doveri del rock. Non spiega nulla delle forme più criptiche del proprio nuovo album e lascia a noi il gusto di questo gioco. A noi piace e lui lo sa. La distanza rende grande l’idealizzazione, ingigantisce la statura dell’eroe, lì in alto, sopra le nostre teste, novello Mao Tze Tung con la stella nera, matita sotto gli occhi, sguardo indemoniato, occhi bendati. La rete impazzisce, si ritrovano elementi dei suoi video in opere tra loro distantissime, come la teoria che vedrebbe i concept di Lazarus e Blackstar ispirati alla band Lazarus Blackstar (ops) e al video del loro pezzo I Bleed Black, dove pazienti di un ospedale psichiatrico, affetti dal Ballo di San Vito, muovono il corpo e le mani proprio come David Bowie nei video di Renck. Facile che tutto questo non sia un caso, visto che David Bowie è ancora quello che va a scoprirsi i musicisti nei locali di NYC ed è chiaramente ancora, in molti tratti, il ragazzino che non ha finito la scuola ma divora ogni genere di libro, restando spesso ossessionato e venendo confuso come adepto consapevole di sette e totalitarismi, quando invece era solo pura contingenza, innamoramento del momento.

Ora è il momento dei voti, dei decimali dopo la virgola, delle misurazioni di quanto queste sette canzoni siano nuove, di quanto siano meglio di quell’ultimo disco di quell’altro settantenne o di quanto invece spazzino lontano tutta la docile gioventù musicale contemporanea ma sono chiacchiere e se ne andranno, resterà invece l’effetto importante di chi nella sostanza non sa fermarsi e sceglie di fermare, piuttosto, lo spreco, di fare silenzio, di limitare al minimo il superfluo, regalando al mondo una dimostrazione eccellente e naturale di come si deve restare da queste parti, se il tempo qui intorno è stato già molto e si ha ancora qualcosa da dire. Eccome.

Giulia Cavaliere
È nata nel 1985 e scrive di musica, libri e cultura pop su alcune riviste cartacee e online. Ama sopra ogni cosa Giacomo Leopardi, il twist e le piscine.

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