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A dieci anni dalla nascita di the show, raccontiamo la storia del vlogger da sei miliardi di visite e dell’esercito di freak al quale ha dato vita.

Nel 2001 internet era un posto strano. Un tale poteva creare un sito internet per il proprio trentesimo compleanno e riempirlo di GIF a mo’ di invito per amici e conoscenti, finendo per diventare una star. Successe così a Hosea Jan Frank, il cui sito zefrank.com, nel marzo di quell’anno, fu bombardato di visualizzazioni, migliaia e migliaia di persone accorse per vedere delle GIF in cui ballava. “How to dance properly”, la pagina incriminata, è ancora online e rimane una testimonianza da un periodo in cui le parole “internet” e “intrattenimento” dovevano ancora incontrarsi e rompere il ghiaccio. Quel sito – così ridicolo ai nostri occhi – segnò l’inizio della carriera di Ze Frank, che nei mesi successivi vinse un Webby Award e fu chiamato a tenere una conferenza TED per raccontare la sua storia.

Anche questo video è importante per la nostra storia, che parla della nascita del primo YouTuber: vediamo Ze autopresentarsi con un messaggio pre-registrato, quindi salire sul palco e recitare il primo discorso post-internet della storia (credo), la messa in scena di un classico messaggio spam da parte di un principe africano che ha bisogno dei vostri dettagli bancari. A questo punto Ze Frank è già un idolo del www. Siamo nel 2004; un anno dopo, la nascita di YouTube; l’anno dopo ancora, esattamente dieci anni fa, Ze Frank cominciò uno strano diario su YouTube, the show with ze frank, che lo rese il “primo YouTuber della Storia”.

carico il video...
This is Ze Frank, thinking so you don’t have to.

Internet oggi è un posto diverso: PewDiePie ha costruito un impero parlando di videogiochi e YouTube è piena di canali per qualsiasi nicchia e morbosità. Gli YouTuber si sono specializzati, allontanandosi dalla loro versione embrionale, che partiva dalla domanda “cosa succede se faccio il blogger con i video?” La risposta ora la conosciamo: nasce il vlogger, neologismo diventato antiquariato in un paio di lustri. E come nasce il vlogger? Nasce con questo video di bassa definizione pieno degli elementi che diventeranno la prassi tecnica del mezzo: montaggio serrato, battutine, riprese domestiche, un senso di community.

Aveva ragione Slate a dire che l’esordio di Frank è “painful to watch”: troppo lungo e animato da una certa megalomania – elemento essenziale per decidere di fare qualcosa di simile nel 2006. Eppure è tutto lì, come vedremo, il manuale d’uso di un aggeggio che oggi usiamo tutti. Sin da subito troviamo la community, gli “Sport Racers” e una serie di tormentoni, ché la fama online si fonda sui tormentoni, quelli che oggi chiamiamo meme. The show nacque come spettacolo stanziale per assumere subito uno spirito nomade, con Ze che viaggiava (per lavoro) e registrava clip negli aeroporti, un “format” che John Green dei vlogbros (lo stesso di Colpa delle stelle) riprese presto nei suoi video “Thoughts from places”:

Fu anche musical casereccio, come dimostra la hit “Hindsight 20/20 / I shouldn’t have drank that many” in cui fa capolino un attore non protagonista dello show, i postumi da sbronza:

Ma fu nel rapporto tra il vlogger e il suo pubblico che Frank trovò la formula magica di YouTube: se oggi PewDiePie ha la Bro Army, i vlogbros la Nerdfighteria e WheezyWaiters i suoi BeardLovers, è anche perché Ze Frank costruì a suo tempo prima gli Sport Racers e poi The League of Awesomeness (che ispirò senz’altro il culto dei vlogbros, con il loro “Don’t Forget to Be Awesome”). Tutto si tiene: Ze Frank ha creato il lessico degli YouTuber e buona parte delle celebrità del sito sono pronte ad ammetterlo. Ma c’è di più: Frank prese la League of Awesomeness e la trasformò in spalla comica, per esempio chiedendole di creare il primo Earth sandwich della Storia.

La missione era semplice: trovare due punti della Terra che fossero agli antipodi (essendo la Terra ironicamente fatta perlopiù di acqua non è così facile, come da mappa) e lasciare che un paio di Sport Racers si organizzassero per piazzare una fetta di pane ai due antipodi del pianeta, creando un sandwich planetario. Qualunque cosa stiate pensando, andateci piano: la cosa prese piede, il panino fu completato (una fetta in Spagna, l’altra in Nuova Zelanda) e ne parlò pure la National Public Radio. Fu poi il turno del “Fabuloso Friday”, una serie di video che lasciò scrivere ai suoi fan, in un esperimento di scrittura comica collettiva che gli valse un profilo nel New York Times. Senza dimenticare il “Fabuloso Chess”, una partita a scacchi a distanza che interruppe a un certo punto: qui qualcuno ha ricostruito la partita per intero.

The show era un prodotto artigianale e quotidiano, come il pane. Ze Frank si svegliava la mattina, si informava, buttava giù qualche idea e per il primo pomeriggio il video era online. Migliaia di persone, nel frattempo, stavano ad aspettare il momento, in un esempio di quella relazione intima tra creatore e pubblico che lo stesso Frank coltivava con un altro tormentone (“Are the new viewers gone yet?”) in cui cominciava un video in modo assurdo e noiosissimo per poi chiedere in camera: “Il nuovo pubblico se ne è andato?”. L’esempio più noto di questa tecnica è sicuramente “Fingers in food”, in cui fa finta di essere uno chef pazzo che infila le dita nella frutta, solo per spaventare i neofiti.

Ci fu poi “Ugly MySpace Contest” in cui gli Sport Racers andarono alla caccia dei profili MySpace più brutti del mondo. Citando un saggio del MIT sull’argomento (sì, il MIT ha studiato Ze Frank: pdf), “Frank celebra la bruttezza come un atto di ribellione contro l’ortodossia del design professionale e il gusto. Sostiene che visto che le persone normali hanno cominciato a usare strumenti un tempo disponibili solo ai professionisti, i canoni di bellezza e gusto dovranno essere rivisti alla luce di questo tipo di creatività più inclusiva”.

Dopo the show
Cosa rimane di the show, quest’esperienza durata un anno che cambiò internet per sempre? Rimangono tracce ovunque, a ben guardare. È un po’ come quella frase di Brian Eno sull’esordio dei Velvet Underground, che vendette “solo” 10mila copie ma tutti quei 10mila ascoltatori fondarono un gruppo: Ze Frank non fu una hit virale alla Gangam Style – fenomeno peraltro impossibile per l’epoca – ma generò cloni, tributi e tentativi di imitazioni, alcuni dei quali sono poi diventanti nuovi punti di riferimento. Dopo the show, nel febbraio 2012, Frank si appellò a Kickstarter per produrre A Show, una serie di video sugli animali di enorme successo; pochi mesi dopo la notizia, Ze Frank era stato assunto da BuzzFeed, che all’epoca aveva appena cominciato ad espandersi, come capo della sezione video.

Da pioniere del mezzo a capitano di una flotta enorme capace di attirare decine di milioni di visualizzazioni al mese, il passaggio a BuzzFeed Video ha coronato Ze Frank “Re della viralità”, grazie a gemme viralissime come “Dear Kitten”:

È cambiato anche l’approccio nei suoi confronti dei media, da bizzarria partorita da una comunità di freak a un magnate dell’unica cosa che porta soldi oggigiorno: le pubblicità nei video.

Dieci anni e 6 miliardi di views complessive su BuzzFeed dopo, Ze Frank controlla dall’alto il concetto stesso di video nel web. Lo osserva e lo modifica, ne studia l’evoluzione. Ebbene, ora sapete perché è comunque impossibile non incappare nell’eredità di Frank, non c’è scampo nemmeno nel 2016, mentre Facebook ci bombarda di clip che si attivano da sole e scorrono nei vostri feed senza chiedere il permesso, in tutte queste cose c’è lo zampino di the show e del suo creatore, sempre ossessionato dalla domanda: “Are the new viewers gone yet?”. E la risposta è no. Anzi, continuano ad arrivarne di nuovi.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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