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Quando l'antropocene diventa materia per gruppetti di artisti e dj, i risultati non sono sempre felici. Una lettura critica di Dark Ecology, il nuovo saggio del filosofo Timothy Morton.

“Sapevo cosa volevo: andare a vivere in qualche luogo selvaggio. Ma non sapevo come farlo. Non conoscevo nemmeno una persona che avrebbe capito perché volevo fare una cosa del genere. Perciò, nel profondo del cuore, era convinto che non sarei mai stato capace di fuggire dalla civilizzazione. Dato che trovavo la vita moderna assolutamente inaccettabile, divenni sempre più disperato finché, all’età di 24 anni, arrivai a una specie di crisi: mi sentivo così afflitto che non mi importava più di vivere o morire. Ma quando giunsi a questo punto avvenne un cambiamento improvviso: mi resi conto che, se non mi importava di vivere o morire, allora non dovevo aver paura delle conseguenze di qualsiasi cosa potessi fare. Perciò potevo fare qualsiasi cosa. Ero libero!”

Il tragico smarrimento e lo strano entusiasmo di Ted Kaczynsky, matematico di Harvard che trova la civiltà moderna “assolutamente inaccettabile” e va a vivere in una capanna nei boschi del Montana, ci può apparire come un caso estremo e patologico. Eppure un po’ di quello smarrimento ci appartiene ormai come un riflesso condizionato. L’ecologia è pervasiva e sottilmente inquietante, come le ricrescite d’erba che spuntano dall’asfalto e i gabbiani che beccano i cumuli d’immondizia abbandonati. Si è costituita in una disciplina, che si occupa del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, con modelli e procedure tecniche, ma questo statuto disciplinare non ha arginato la tendenza del pensiero ecologico a farsi contestazione onnicomprensiva, critica delle basi stesse della civiltà, proposito etico che tracima i limiti del senso comune e sconfina in un metodico disadattamento alla normalità.

La filosofia ecologista si colloca fin dalle sue origini su questo confine tra pensiero e prassi, cercando una via d’uscita dal mondo della società industriale: insoddisfatto della meditazione sulla natura del suo maestro Ralph Waldo Emerson, già Henry David Thoreau mise in atto nel XIX secolo un famoso ritiro nei boschi per cercare i “fatti essenziali della vita”. Nel secolo scorso il norvegese Arne Naess alternò l’insegnamento della filosofia, una “ecologia profonda” basata sulla non-violenza e sulla pari dignità di ogni essere vivente, con l’alpinismo e l’attivismo ambientalista. Il già ricordato Ted Kaczynsky, come sappiamo, decise di ribellarsi in modo distruttivo: quando una nuova strada lo raggiunse nel suo ritiro isolato decise di prendersi la sua “vendetta” e – per diciassette anni – inviò pacchi-bomba a quelli che riteneva i responsabili della promozione della società tecnologica. Divenne il terrorista noto all’FBI come Unabomber.

Il celebre identikit di Unabomber.

Il doppio nome di Kaczynsky-Unabomber è irresistibilmente esemplare: segna una faglia invisibile che attraversa tutto il pensiero ecologico. Tesa tra i due poli della resistenza passiva e pacifica e di una violenza distruttiva soprattutto immaginaria e proiettata sulle catastrofi naturali, l’ecologia in tutte le sue diramazioni non ha mai smesso di cercare e diffondere una pratica che ne sostanzi il pensiero. È come se restare teoria costituisse un intrinseco fallimento per un pensiero che individua un errore nelle più elementari pratiche della civiltà umana, dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali all’allevamento degli animali. Oggi è sempre più diffusa la percezione che questo problema, proprio perché si impone a partire dalle più banali e globali pratiche quotidiane (come accendere l’automobile o addentare un panino), costituisca un tema filosoficamente fondamentale e imprescindibile, al punto che un filosofo italiano molto impegnato sul tema, Leonardo Caffo, ha potuto affermare di recente che «l’ecologia è molto più importante della nostra metafisica».

Questa cornice può aiutare a capire meglio una delle ultime espressioni del pensiero ecologico, la “dark ecology”, a partire dal fatto che non si tratta semplicemente di una teoria ma di una formula capace di racchiudere astratte ruminazioni in linguaggio spintamente intellettualistico e pratiche di vario tipo. Dark Ecology – tanto per cominciare – è il titolo di un libro di filosofia ecologista di Timothy Morton, professore di Inglese alla Rice University (Texas), ma anche di un progetto di arte e ricerca ispirato alle idee del libro, promosso dall’organizzazione olandese Sonic Acts. Per analizzare la dark ecology, perciò, dobbiamo cominciare da una storia e in particolare dalla scena di personaggi che si incamminano fuori dalla città per fare cose strane.

Nel 2014 Morton si unì ai promotori del progetto a Nikel, isolata cittadina artica al confine tra Russia e Norvegia, per prendere parte a un breve viaggio-convegno che avrebbe lanciato il progetto. Il viaggio prevedeva camminate nei dintorni desolati di Nikel, conferenze, installazioni multimediali e concerti. Per capire il senso complessivo dell’impresa, prima di aprire il libro di Morton, conviene dare un’occhiata a questo video (saltando un po’ e senza perdere il frammento d’intervista al min. 15.00):

carico il video...

Steppa russa, dj-set, videoarte. Dove siamo? Nel trailer di una serie TV ispirata a Lynch e Herzog? In un documentario apocalittico e grottesco proiettato in un padiglione della Biennale? Risponde meglio lo stesso Morton, nelle pagine conclusive del suo libro:

“La città russa artica di Nikel sembra dapprima orripilante, come una cosa uscita fuori da Stalker di Tarkovsky, ma sotto un brutto acido. Una foresta devastata da una fonderia di ferro. Edifici sovietici desolati e squallidi. Cumuli di spazzatura su colline di scorie. Un albero rimasto vivo, ultimo dei pini distrutti dal diossido di zolfo. Noi eravamo i Sonic Acts, un piccolo gruppo di musicisti, artisti e scrittori. Abbiamo viaggiato là alla fine del 2014 per cominciare un progetto quadriennale di arte e ricerca chiamato Dark ecology.

Poi Nikel diventa piuttosto triste e malinconica. Una collezione di cose rotte. Cose del passato. Garage riadattati a case. Strutture di metallo rotte in cui vivono persone […] E poi per qualche strana ragione l’atmosfera diventa calda. C’è un Palazzo del Futuro, pieno di arte comunista meravigliosamente kitsch, cappelli per lampade simili a sculture di Terry Gilliam, blu pallidi, rosa e gialli inquietantemente luminosi, mentre l’edificio vibra di spiritualità come uno stupa tibetano. E nella periferia la realtà della morte è così esplicita […] È anche un po’ divertente. Una drag queen posa per un fotografo fuori da un edificio metallico. C’è una specie di gioia qui”.

La copertina di Dark Ecology.

Questo passo fa capire molte cose del concetto di dark ecology, forse più del ragionamento svolto nel libro. Il tema indicato nel sottotitolo – “per una logica della futura coesistenza” – indica la necessità di sviluppare una nuova consapevolezza ecologica di fronte all’evidenza del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Tutti temi su cui siamo mediamente informati, che negli Stati Uniti (dove insegna Morton) sono oggetto di aspre controversie politiche e che ormai – ben oltre le vere e proprie elaborazioni del pensiero ecologico – sono onnipresenti nell’immaginario occidentale: dal blockbuster The Day after Tomorrow al documentario Una scomoda verità sulla campagna ecologista di Al Gore, dalle Sette lezioni di fisica di Rovelli a Zero K, l’ultimo apocalittico romanzo di De Lillo, continuamente ci viene presentata la Terra sull’orlo della catastrofe per colpa della miope specie umana. Si tratta di problemi fondamentali, di cui non sapremo niente di più leggendo Dark ecology. Ma questo libro può insegnarci qualcosa su quanto complesso, e a volte raffinatamente contorto, può essere il nostro modo di reagire alla scomoda verità che ci riguarda tutti.

La “consapevolezza ecologica” di cui parla Morton consiste nel rendersi conto di “essere responsabili dell’Antropocene in quanto membri di questa specie”, e cioè di essere implicati, anche con gesti elementari come l’accensione di un motore, in un sistema globale di comportamenti che, su una scala temporale molto diversa da quella della nostra vita quotidiana, si dirige all’autodistruzione. Su questa tesi generale si può essere d’accordo, ma il modo in cui Morton la argomenta è paragonabile alla mossa di chi, per far prendere aria alla stanza, fa saltare in aria il palazzo con un quintale di fuochi d’artificio.

Lo stile argomentativo del libro, infatti, è un campionario di tutte le mostruosità che popolano la scrittura filosofica dai tempi in cui diversi pensatori di grande intelligenza e di grande narcisismo (come Hegel, Heidegger, Adorno, Foucault, Derrida, Lacan, e altri, tutti citati in nota per invocarne l’autorità) hanno ispirato in schiere di imitatori – spesso professori di letteratura come Morton – a permettersi qualsiasi acrobazia linguistica senza preoccuparsi di giustificare nulla e proclamando al tempo stesso di rovesciare pregiudizi filosofici ancestrali dell’Occidente. Questo tipo di manierismo filosofico si aggira come uno spettro per i dipartimenti umanistici e i caffè con torte biologiche di mezzo mondo e questa è la ragione per cui è interessante leggere questo elenco di alcune sue caratteristiche fondamentali, illustrate da passi scelti di Dark ecology (Qui si potrebbe inserire l’avvertenza: “Attenzione: linguaggio scandalosamente implicito!”. Ma è indispensabile affrontarne qualche reperto per comprendere il vero e proprio kitsch intellettuale di cui si sostanzia dark ecology).

Per Morton, l’agrilogistica è una 'episteme storica' (nel senso di Foucault), una 'macchinazione' (nel senso del secondo Heidegger), un 'programma' che l’uomo segue inconsciamente come un automa, un 'virus', un 'istinto di morte' e tante altre cose.

Innanzitutto, l’uso di associazioni di idee basate su assonanze linguistiche o etimologie fantasiose, accumulate come una serie di false partenze in un ragionamento che non comincia mai. Esempio: “Ecognosi è come sapere, ma più come lasciarsi conoscere. È qualcosa di simile al coesistere. È come abituarsi a qualcosa di strano, ma è anche abituarsi a una stranezza che non diventa meno strana con l’ambientamento. L’ecognosi è come un sapere che sa se stesso. Conoscenza ad anello – un conoscere strano. Strano [weird] viene dall’Antico Nordico urth, che significa attorcigliato, ad anello. Le Norne intrecciano la tela del fato; Urðr è una delle Norne. Il termine weird può significare causale….”. E ancora: “Matematica viene dal greco mathesis, che significa abituarsi, ambientarsi. In tibetano buddista [sic] abituarsi si dice göm, che è anche il termine per meditazione”.

Poi l’invenzione di categorie vaghe che designano al tempo stesso condizioni ontologiche e epoche storiche. Esempio: secondo Morton il nostro modo di vivere e pensare è dominato da quello che lui chiama l’”agrilogistica”, un sistema di vita e di pensiero tipico delle società successive all’invenzione dell’agricoltura. Morton, però, usa molti altri termini: l’agrilogistica è una “episteme» storica” (nel senso di Foucault), una “macchinazione” (nel senso del secondo Heidegger), un “programma” che l’uomo segue inconsciamente come un automa, un “virus”, un “istinto di morte” e tante altre cose.

Timothy Morton.

Morton abbonda anche nella trasformazione impropria di affermazioni relative a questioni di fatto in questioni di logica e metafisica. Per esempio, secondo Morton bisognerebbe educarsi a riconoscere che esseri umani e non umani, uomo e natura, sono strettamente legati, superando finalmente queste dicotomie antropocentriche. Ma per Morton questo significa che bisogna negare il principio di contraddizione e elevare il non senso a principio ontologico: “Come le forme di vita e il DNA, anche le proposizioni devono contenere non senso per esistere”.

Un altro tema ricorrente, è la trasformazione di stati d’animo o attività comuni in altre categorie ontologiche, costruite in base a associazioni personali dell’autore ma presentate come nuovi significati dotati di valore universale e fondamentali a migliorare il nostro modo di pensare. La trasformazione avviene usando la lettera maiuscola prima del nome comune, preceduta da “quello che io chiamo…” o “quello che Dark Ecology chiama…”. Esempi: (quello che io chiamo) “la Melancolia”, “Il Gioco”, “la Colpa”, “l’Orrore”, il “Regno dei giochi”, “la Tristezza”, ecc.

Infine, non manca l’ibridazione di citazioni colte a sproposito con immagini pop, per “sdrammatizzare”, come si dice quando si indossa una t-shirt scolorita sotto una giacca firmata. Esempio: “La consapevolezza ecologica è come una cioccolata con strati concentrici. Nello spirito di René Wellek ho mappato questi strati in un modo assurdamente Neocritico, come una specie di incrocio tra un dungeon master di Dungeons and Dragons e Nortrhop Frye. Come Donna Haraway, credo nel potere affettivo dei buoni vecchi oggetti teorici kitsch, come il quadrato logico greimasiano che lei rispolvera”. E così via. Non mancano i Pink Floyd, i teoremi di Gödel, un’interpretazione lacaniana di Will E. Coyote e l’immancabile logica quantistica come dimostrazione che il nonsenso è scientifico.

Il titolo Dark ecology si rivela essere un 'falso amico': si dice 'ecologia', ma il senso è quello di una completa resa, intellettuale ed emotiva.

Tolta questa nube di confusione, l’aspetto più interessante del libro di Morton è il suo insistere sugli aspetti estetici e emotivi della questione ecologica. Morton non discute dati pertinenti sulla situazione dell’ambiente. Accenna di sfuggita a possibili riforme agrarie, come il ritorno alla coltivazione organica a piccola scala, o forme di protesta creativa, come mettere il copyright di opere d’arte sui terreni per impedire l’avanzata dell’industria. Il suo punto è un altro: l’agrilogistica che bisogna abolire, e che pervade ogni nostro pensiero e atto economico, è un sistema di pensiero che “promette di eliminare la paura, l’ansia e la contraddizione”, per cui va combattuta sviluppando nuove emozioni e rovesciando i ragionamenti comuni con dei paradossi.

Secondo Morton – provo a interpretare in modo caritatevole – per promuovere una coscienza ecologica non basta ripassare dati obiettivi sullo stato del pianeta, ma c’è bisogno di una qualche esperienza capace di scuoterci a livello emotivo e di mettere in discussione le nostre certezze più elementari. Su questo sono d’accordo. Come la capacità di provare autentica compassione si indebolisce con la distanza della vittima – un fenomeno noto già a Aristotele, ma oggi sempre più evidente – a maggior ragione la consapevolezza di fenomeni globali complessi come il mutamento climatico rischia di non toccarci mai veramente se non si condensa in qualcosa di concreto. Ma cosa?

Spesso ci troviamo fondamentalmente d’accordo con qualcuno che, però, sostiene le cose che si sembrano giuste in un modo talmente illogico e compiaciuto da farci pensare che le sue posizioni sono del tutto sbagliate. Per qualche pagina il libro di Morton mi ha dato questa sensazione familiare e ho cercato tra le pagine la risposta alla mia domanda sull’esperienza ecologista. In realtà, però, il titolo Dark ecology si rivela essere un “falso amico”: si dice “ecologia”, ma il senso è molto diverso da quello che potremmo sperare se abbiamo a cuore la vita sulla Terra. Il senso, infatti, è quello di una completa resa, intellettuale ed emotiva. Di fronte alla coscienza del disastro ecologico Morton propone di “arrendersi” e prenderla bene. È questa la coesistenza – “animistica e anarchica” – di cui parla il libro. Qualsiasi critica o soluzione politica al problema del cambiamento climatico appare a Morton come un’altra forma di arroganza antropocentrica, addirittura di connivenza. La reazione appropriata, invece, sta in un gesto di abbandono “decadente”, nel trasformare l’ansia e la depressione per il senso di catastrofe in una risata liberatoria, che deve contagiare anche la politica: “Abbiamo bisogno di una politica che includa ciò che appare meno politico – la risata, la giocosità, perfino la sciocchezza”.

La parola che usa Morton per descrivere questa acquiescenza divertita alla catastrofe è “sintonizzarsi”. Invece che rifiutare il consumismo e la sua noia, bisogna gustare la Coca-Cola e compiacersi della bellezza degli oggetti kitsch. Torniamo così alle riunioni di Dark ecology che hanno luogo ogni anno al confine tra Russia e Norvegia. Le passeggiate nel paesaggio contaminato. La gioia del naufragio. La techno. Il ripresentarsi di vecchi motivi New Age come il recupero delle “spiritualità indigene”, e l’animismo, il tutto filtrato da ogni tipo di riferimento pop. Il magnetismo animale che dobbiamo tornare a percepire è “a tutti gli effetti la Forza (pensa a Star Wars)”, “le cose emettono unicità”.

Una cultura ecologica basata su gruppetti di artisti che inneggiano alla Forza e allo sciamanesimo potrà difficilmente impedire che l’altra metà degli animali scompaia al più presto.

In realtà io non trovo nulla di male in queste passeggiate ecologiste e andrei volentieri nell’Artico per unirmi alla festa. Ma pretendere di cambiare così una “macchinazione” che va avanti da 12000 anni… sul serio? Il problema di tutto questo “narcisismo hippie” – per usare un’espressione sprezzante che lo stesso Morton ammette di essersi sentito rivolgere – è che sconfessa tutta la sensibilità ecologica sbandierata dagli ecologisti dark. Morton ci ricorda che “il 50 per cento degli animali è sparito negli ultimi quarant’anni”. Una cultura ecologica basata su gruppetti di artisti che inneggiano alla Forza e allo sciamanesimo potrà difficilmente impedire che l’altra metà degli animali scompaia al più presto.

Il concetto di Dark ecology, quindi, solleva un problema sensato, ma rinuncia alla sua soluzione. Che ci sia bisogno di tornare a fare esperienza dell’ambiente è stato sostenuto e messo in pratica già da altri gruppi di artisti, dalle deambulazioni dadaiste e surrealiste nella Parigi del secolo scorso alle camminate urbane situazioniste (a Roma, il gruppo Stalker), dalla Land Art al Land Walk. Il punto cruciale di queste esperienze stava nella rottura di un’esperienza di transito codificata in termini utilitaristici o turistici, e nella riscoperta di un più fondamentale e più antico rapporto estetico con la natura (proprio quello che il turismo, nato nel Settecento insieme al mito della natura selvaggia, è cronicamente incapace di recuperare).

Antropocene.

Ma se esperienze come queste possono contribuire a formare una cultura ecologica, questo dipende dal fatto che mirano a stimolare una coscienza globale dei nostri rapporti con l’ambiente, che non si limiti all’evasione momentanea. È proprio questo che distingue il comportamento turistico, sigillato dalla fotografia di paesaggi incontaminati, da un’escursione capace di allargare il nostro orizzonte.

Nella prospettiva dell’”ecologia dark”, invece, il problema del pianeta diventa lo specchio per un problema individuale e l’esperienza di sconfinamento diventa semplicemente terapeutica (Morton che fa leva sulla propria depressione come chiave di lettura del problema ecologico). Morton finisce con l’apparire più simile a un personaggio di De Lillo che a uno scrittore autenticamente ecologista. La storia finisce con una festa sulla nave che affonda, tra proiettori in loop e carnevalate primitivistiche. Come dice l’ultima frase del libro: “Let’s disco”. Sorridiamo, ma tutto fa pensare irresistibilmente a quei malati gravi che provano a “curarsi naturalmente”, con danze africane e docce di gong.

L’ecologia è troppo importante per finire così, imprigionata nei suoi stessi strumenti intellettuali. Perciò, pur continuando a guardare con simpatia agli happening ecologisti di qualsiasi genere – artistiche decostruzioni di senso che invitano pur sempre a uno sguardo distaccato sulla miope quotidianità – dobbiamo concludere che la dark ecology ci insegna qualcosa di nuovo soprattutto sotto forma di un monito, simile a quello dei film catastrofici: nel repertorio delle sue pratiche bisognerebbe aggiungere un’ecologia del linguaggio e fare a meno di tanto ciarpame sintetico prodotto con gli strumenti di pensiero progettati dalla filosofia del Novecento, che galleggia alla deriva nel nostro oceano virtuale.

Paolo Pecere
Paolo Pecere si occupa di filosofia e letteratura. Il suo ultimo libro è "Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario" (Mimesis 2015). Suoi racconti sono comparsi su "Nazione indiana" e "Nuovi argomenti".

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