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Di ologrammi, ricordi e tanatosensibilità: è ora di parlare del fine vita digitale.

“Non percepite il parallelismo fra i destini degli uomini e quelli delle immagini?”
Si parte subito con una citazione de L’invenzione di Morel, un romanzo di Adolfo Bioy Casares del 1940. Spoiler: non sarà l’ultima.

Nel libro, un uomo in fuga finisce su una sperduta isola polinesiana, dove si imbatte — sorpresa — in uno strano gruppo di villeggianti. “Uomini veri, veri almeno quanto me”. Li evita con cura perché potrebbe essere segnalato, non si sa a chi, non si sa per cosa. Si innamora di una di loro, “una donna che tutte le sere guarda il tramonto”, Faustine. Con il passare del tempo il protagonista si accorge di come sull’isola si verifichino una serie di eventi anomali. Per esempio: vede Faustine e i suoi amici distesi sulle sdraio accanto alla piscina, mentre piove; li vede ballare lenti a strane ore della notte; vede Faustine passeggiare con uno di loro, il Dr. Morel, a diverse ore del giorno, facendo sempre lo stesso percorso; il fuggiasco vede due soli, vede due lune. Inizia a perdere contatto con la realtà. Poi, il turning point: attraverso gli occhi e le orecchie del protagonista, nascosto nel palazzo dei villeggianti, scopriamo — direttamente dalle labbra del demiurgo — l’invenzione di Morel. Un dispositivo che registra-la-vita delle persone e la ri-proietta ciclicamente, all’infinito. Ologrammi di persone vissute negli anni Venti. Si sarebbero chiamati ologrammi tridimensionali, se questo dittico fosse comparso nei vocabolari di ottant’anni fa. Sì, in poche parole, il protagonista si è innamorato di una morta. Visto che più avanti passerà per un salutino anche Freud, ecco della par condicio funzionale al discorso: “Come l’esperienza d’amore, così anche la visione rappresenta l’esperienza di un fatto reale. Non sta a noi sapere se il contenuto sia di natura fisica, psichica o metapsichica. È realtà psichica.” (Jung, Psicologia e poesia).

Comunque, innamorarsi di una morta, non è poi così difficile, nel 2016. Cerchiamo di capire cosa succede quando si muore in un’epoca di social network, digital presence e realtà virtuale.

I tanatosensibili
Se holos + grafè = descrivere tutto, viviamo in un’epoca olografica. E cosa succede a questo tutto, dopo la nostra morte?

Mai nella storia così tanti esseri umani hanno diffuso così tante informazioni. È l’ovvio risultato della diffusione epidemica di computer, device mobili e social media: niente di imprevedibile, giusto? Gli esseri umani sono mortali —> Gli esseri umani twittano —> Chi twitta è mortale.

Twitter, Facebook, Instagram, Whatsapp e mail sono strumenti diversi con qualcosa in comune: sono i nostri musei in continuo allestimento. Il vernissage inizia quando il cuore smette di pulsare. È essenziale capire come rimanere curatori della nostra mostra personale; è essenziale capire come, eventualmente, demolire il proprio mausoleo appena prima dell’inaugurazione. È essenziale, almeno, iniziare a parlarne.

C’è già chi se ne occupa, ovviamente. Michael Massimi e Andrea Charise, due accademici della University of Toronto, hanno affrontato l’argomento in Dying, Death, and Mortality: Towards Thanatosensitivity in HCI, un paper del 2009. Come si può forse evincere dal titolo, il duo ha addirittura coniato un lemma specifico per inchiodare la questione: thanatosensitivity (= sensibilità nei confronti della morte e della mortalità).

Ancora una volta, si torna al greco: Thanatos = morte. (Sì, ho fatto lo scientifico.)

L’idea alla base della ricerca è semplice: stiamo utilizzando strumenti che non sono stati progettati includendo la morte biologica dei loro proprietari come LA questione prioritaria.

Obiettivo dei tanatosensibili è migliorare l’interazione tra i frammenti di silicio e le anime caduche al di là dello schermo: questa interazione, in termini meno necro-related, si chiama Human Computer Interaction (l’HCI spazia dalle bestemmie tirate sui vecchi browser dei vecchi pc al riconoscimento del polpastrello). Più precisamente, l’obiettivo tecnico dei tanatosensibili è identificare quali sono i sistemi che presentano alti livelli di tanatosensibilità e metterci le mani; l’obiettivo più macroscopico è incrementare l’attenzione degli addetti al settore, stimolare una discussione.

Se per Thanatos fosse reperibile un Google Trend degli ultimi 3 millenni, vedremmo una linea piuttosto mossa intorno al sesto secolo avanti Cristo, piatto o quasi per duemila anni, e nuovamente impennato agli inizi del secolo scorso, quando Eros (pulsione di vita) e Thanatos (pulsione di morte) diventano i due fuochi del discorso freudiano, affrontati principalmente in Al di là del principio di piacere (1920). (Forse non tutti sanno che: le città in cui si cerca più spesso “Thanatos” su Google sono Atene e Manila (?), Filippine. Dopo qualche ricerca la risposta probabilmente è correlata a Smite, un videogioco. Vabé.)

Se per Freud il piacere è — anche — asservito alle pulsioni di morte, la costruzione della nostra identità online sembra stranamente discostarsi da questa corrispondenza: si crea, si continua a creare per allontanare il momento in cui si manderà l’ultima mail, senza pensare davvero cosa accadrà alle proprie creazioni. O forse no, non è così strano: un fumatore non si preoccupa di cestinare l’ultimo pacchetto, ci penserà qualcun altro. Qualcosa ci dice che, da qualche parte, qualcuno stia conservando le ultime sigarette di una persona cara. Niente di strano, niente di nuovo. L’unica informazione che si trascina l’ultimo pacchetto di Marlboro — oltre al brand, certo, che non è poco — è un puzzle di impronte digitali: le informazioni che costellano il nostro pacchetto digitale, invece, presentano un altro grado di complessità. Dichiarano cosa amiamo e cosa odiamo, declinandolo fino all’aspetto più dettagliato.

“Questo gioco di stare a guardarli è un po’ pericoloso; come ogni gruppo di uomini colti avranno anche loro, nascosto, un itinerario di impronte digitali”.

I neuromanti
A proposito di thanatosensitivity, come stanno reagendo i neuromanti?

Google, soltanto tre anni fa, ha introdotto l’inactive account manager, ovvero la possibilità di delegare a un altro contatto la gestione del proprio account, ormai inattivo. O di impostare un timer oltre il quale scatta l’autodistruzione dei dati. Cito dalla nota pubblicata l’11 aprile 2013: “Not many of us like thinking about death — especially our own.” Eh già. Come un bimbo di tre anni, l’Occidente si guarda allo specchio; siamo tutti raccolti intorno alla procrastinazione ultima. Comunque l’inactive account manager sembra molto semplice da configurare, domani lo compilo sicuramente!!

Com’è noto, Facebook — anche MySpace in realtà, già che si parla di defunti — ha introdotto nel 2009 la possibilità di allestire un memorial, una pagina profilo che viene bloccata, spogliata di tutte le funzioni e trasformata nella lapide di Jim Morrison, solo meno parigina, con più emoji, e altrettanto triste. Un profilo marmorizzato non è più raggiungibile dalla barra di ricerca, non compare più nei Suggerimenti, non è più taggabile, o raggiungibile via chat. È morto, ma è vivo: descrive tutto. Per quanto triste, la scelta di allestire una memorial page è estremamente personale e — per quanto mi riguarda — al di là del giudizio terreno. Liberi tutti. Si può discutere invece di quanto possa essere spiacevole assistere alla comparsa di nuovi like da parte di una persona che non c’è più, assistere al riproporsi di compleanni… inutili — e auguri annessi: in questo senso, la memorial page cerca di rendersi utile.

:D

Questo groviglio di privacy, proprietà intellettuale e insufficiente regolamentazione può creare dei cortocircuiti pericolosi. È successo ai genitori di Benjamin Stassen, 21 anni, suicida, quando hanno provato a raccogliere delle informazioni dal suo profilo Facebook; non avendo le sue credenziali, sono rimbalzati su un muro di gomma. Facebook, come ogni azienda che si occupa di proteggere le informazioni dei propri clienti, erge a massima priorità il rispetto della privacy dell’utente. Se come in questo caso poi, le informazioni sono l’asset fondamentale dell’impresa, si possono — perlomeno — intuire le ragioni del social network: e se il ragazzo non avesse desiderato interferenze post-mortem? Di nuovo, basta parlarne. Nessun saggio di bioetica, per quanto ben scritto, avrebbe potuto movimentare l’opinione pubblica quanto una serie di servizi televisivi squallidi sul caso Englaro.

Tornando invece alla cripto-data-etica, Apple non è esente, ovviamente, da queste beghe. Risale a un paio di mesi fa la storia di Leonardo Fabbretti, un architetto di Foligno che, dopo avere perso il figlio per un tumore, ha scritto una lettera a Tim Cook. Padre e figlio avevano salvato, in ottica preventiva, l’impronta digitale di Fabbretti (cristallizzati in un gesto quotidiano, lo scambio di identità tra padre e figlio, una riflessione sul significato di digitale, sul rapporto uomo-macchina).

Nonostante l’iPhone 6 del ragazzo includesse il dato in memoria, i due non si erano preparati al codice richiesto dal telefono in seguito allo scaricamento della batteria. Fabbretti si è messo in contatto con Cellebrite, la stessa azienda israeliana che ha aiutato l’FBI a sbloccare il 5c di un terrorista di San Bernardino (Cellebrite ha anche individuato il pin — non molto complesso — dell’iPhone di Alex Boettcher).

Infine, arrivato sulle sponde di Amazon ho trovato un fiume di informazioni, infiammato da diverse correnti e, per non annegare, ho chiesto direttamente alla fonte.

L’educazione prima di tutto.

Memento .mobi: per quanto chi ci è passato capirà quanto fuori luogo possa suonare la prossima affermazione, redigere un documento in cui salvare tutte le password di una coppia può essere una buona idea se, tra le altre cose, si è affezionati agli eBook del partner (o, includendo una repellente dose di cinismo, se si è affezionati alle centinaia di euro spesi). Per Amazon quei libri non sono tuoi: tuo è il permesso di consultarli quando ti pare. Se non sei proprietario dell’account, auguri. In poche parole, se a queste cose ci tieni, segui la call to action di everplans.com, uno dei tanti servizi di eredità digitale: leave a legacy, not a mess.

I tanatografi
L’esempio di Facebook rimane il più interessante, considerando il numero di iscritti al servizio e la natura biografica dello stesso. Un giorno non molto lontano ci accorgeremo che di morti digitali ce ne sono così tanti che non avremmo mai creduto che morte tanti n’avesse disfatti. Un giorno saranno più dei vivi: secondo xkcd, quel giorno sarà incluso negli anni Sessanta di questo secolo. Come spiega l’autore di What if?, il motivo principale per cui Facebook non sembra ancora un cimitero è l’età media degli utenti, ancora piuttosto bassa. Secondo i suoi calcoli, dalla nascita di Facebook il numero di utenti deceduti si aggira tra i 10 e i 20 milioni: se la creatura di Zuckerberg dovesse subire un inesorabile, declino organico — fattore non così scontato, considerati gli elementi di unicità del fenomeno FB — nei prossimi cinquant’anni ci avvicineremo sempre di più a una radicale inversione di tendenza.

Certo, rimangono dei dubbi: potrebbe anche accadere qualche decennio dopo, sempre che sia rimasto qualcuno a cui possa interessare più della distribuzione di acqua potabile.

Qualcosa di cui non dubiterei è il radioso futuro della tanatografia, la narrazione della morte ai tempi dell’internet. Un futuro che è già, in parte, presente. Guardo un paio di serie tv all’anno, e due delle migliori che mi sono capitate affrontano di petto il tema “morti che sembrano vivi assorbendo le informazioni”: Black Mirror (chi è interessato al tema ricorderà il primo episodio della seconda stagione) e Leftovers. Momento: quindi due serie tv hanno avuto la stessa idea malata? È un plagio? O forse, più  semplicemente, si ispirano a una realtà che stiamo già vivendo?

Morte dell’autore = Morte dello user.

La scrittura, idealmente la tecnologia più democratica, rimane – anche, e soprattutto, inconsciamente –  il primo strumento a cui si ricorre in ottica ereditaria. Certo, la temperatura globale sale di centesimi di grado a una velocità orrorifica, una pandemia virale è dietro l’angolo, la gente usa i selfie stick, eccetera eccetera. Eppure.

Qualcosa di cui non dubiterei è il radioso futuro della tanatografia, la narrazione della morte ai tempi dell’internet. Un futuro che è già, in parte, presente.

Le nostre poesie, i nostri retweet, le nostre emojii rimangono. Ammesso e non concesso che noi siamo le nostre informazioni, e che l’atto di tramandarle regali una foto sfocata dell’ombra dell’immortalità, forse è il caso di chiedersi se queste informazioni… non siano troppe. Non siamo “tutto”; non siamo 21.500 tweet, non siamo migliaia di status.

Quali delle nostre parti vanno sommate per creare il nostro tutto? Dubito che vada incluso il like sulla compilation degli assist di Özil, il numero di chilometri che percorri al giorno, o una mail del tuo collega che ti chiede qual è il colmo per un uovo.

Casares, aiutami, perché non mi sento rappresentato dalla mia cache.

“Credo che perdiamo l’immortalità perché la resistenza alla morte non ha subito alcuna evoluzione; ogni suo perfezionamento insiste sulla prima idea, rudimentale: mantenere vivo tutto il corpo. Bisognerebbe cercare soltanto la conservazione di ciò che interessa la coscienza.”

Forse ci arriveremo. In mancanza d’altro, intanto, le anime morte vengono vivificate dalla narrazione; la narrazione, però, è selezione.

Per esempio. Sumit Paul-Choudhury è un editor del New Scientist e, incidentalmente, un vedovo. Lo racconta in “Digital legacy: The fate of your online soul”, un articolo in cui cerca di descrivere la sua elaborazione del lutto e il ruolo decisivo giocato, in questo senso, da un sito-memoriale costruito in onore di sua moglie in un’epoca ancora piuttosto acerba — il 2005. Come racconta Sumit infatti, è probabile che più di un amico giudicò l’idea “tasteless”. Kathryn aveva chiesto di essere ricordata nella sua versione migliore, non quella stravolta dalla malattia: il marito ha allestito un tributo attraverso l’upload di “carefully selected pictures and text”. Il fatto è che: anche se il primo impatto può essere profondamente voyeuristico, e la navigazione difficile, rimane un gesto toccante. Il fatto è che: anche se non l’hai mai conosciuta, ora puoi individuarne la silhouette in una berlina in mezzo alla neve islandese.

È disturbante? Può essere considerato di cattivo gusto?

È stata fatta una scelta: un uomo ha deciso di ricordare sua moglie, e di farlo — selezionando accuratamente le informazioni — di fronte a un potenziale pubblico di 8 miliardi di persone. È questo il punto: siamo di fronte a delle scelte importanti, ed è il caso di iniziare a pensarci.

Infine, anche questo articolo alla fine finisce
Borges scrive che L’invenzione di Morel è “perfetto”. Il Vangelo secondo Borges è scritto sugli specchi appesi alle pareti di un labirinto di sabbia, dove al centro fluttua una sfera, il quanto che imprigiona l’universo. Cliché a parte, la perfezione solida della sfera, la sua natura ricorsiva…in un certo senso i raggi del dispositivo moreliano si distribuiscono sulla superficie di una sfera. Tutti i personaggi, ogni giorno, vengono proiettati dall’unica origine, la stanza delle macchine di Morel.

Dice il naufrago, “la radiotelefonia, la televisione, il telefono sono mezzi, esclusivamente, di captazione; il cinematografo, la fotografia — veri archivi — sono di captazione e ritenzione. Tutti gli apparecchi per annullare assenze sono, quindi, mezzi di captazione. […] Allo stesso modo, non è impossibile che ogni assenza sia, in definitiva, spaziale… In qualche luogo ci sarà, senza dubbio, l’immagine, il contatto, la voce, di coloro che non vivono più (niente si perde…)”. Se cinema e fotografia sono captativi e ritentivi, Internet cos’è? Finché il rapporto con i dati e le informazioni del passato sarà passivo, finché non mi risponderanno, la mia salute mentale non sarà a rischio.

La minaccia più consistente, si chiamino carte, diari e appunti  o hard disk, penne USB e schede SD, mi sembra sempre la stessa. Siamo noi. Noi nel senso di quelli che respirano, mangiano e sono capaci di intendere e volere. Quando una persona molto vicina muore, la prima reazione, per quanto riguarda la gestione dei suoi dati, può corrispondere a un rifiuto cieco. Sono reazioni estremamente personali, a ognuno il suo: non riesco a ricordare senza imbarazzo o disagio il padre di Vite che non sono la mia, chiuso in cantina, con la figlia più piccola in braccio, perso a guardare per ore le foto della moglie, scomparsa da poco. Il rifiuto può durare giorni o anni. Può essere causato tanto dalla sofferenza quanto dalla indifferenza; a prescindere dalle cause, il risultato è lo stesso — incuria, disinteresse, oblio. Se ti interessa tramandare lo zero, il dieci o il cento per cento dei tuoi output digitali, prenditene cura. Perché chi rimane, per cazzi suoi o elaborazione del lutto, potrebbe non muovere un dito.

Siamo liberi di scegliere formato, durata, qualità.

Finché ci sarà un supporto adatto, i miei pronipoti — nonostante gli auguri attività più costruttive — potranno ancora vedere il video del mio settimo compleanno in giardino, in mezzo ad altri bambini sdentati, le siepi che tagliano una luce gialla, una luce di seconda mano e commovente e tenue come lo sbuffo di vento che fa volare i bicchieri — i nomi neri sulla plastica bianca: Dani, Francy, Marco B — mentre sul prato mamme in secondo piano chiacchierano, sorridono, sembrano felici. Si godono il loro eterno presente in technicolor, fuori dal Tempo. Ma il Tempo passa, invadendo i muri e trasformandosi in rampicante, invadendo la memoria e trasformandosi in ricordi.

Nicolò Porcelluzzi
È nato a Mestre nel 1990. Dal 2015 scrive per Prismo e The Towner. Fa parte della redazione del Tascabile. Tra il 2010 e il 2016 è stato il redattore di inutile, rivista letteraria.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

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